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Biotech italiano: crescita e quotazione, la ricetta per il successo



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L’industria biotech italiana necessita di investimenti robusti e strategie di quotazione in borsa per mantenere il patrimonio nazionale e colmare il divario con gli USA, secondo l’analisi presentata al BioInItaly Investment Forum

Pubblicato il 26 nov 2024

Pierluigi Paracchi

Consiglio di Presidenza Federchimica Assobiotec, Moderatore del Tavolo per l’internazionalizzazione del Biotech



biotech (1)

Quello delle biotecnologie è un settore in costante evoluzione, competitivo a livello globale. La sottodimensione del mercato italiano del venture capital impone una revisione della strategia di investimento delle agenzie di investimento governative come Enea Tech e Biomedical e CDP Venture Capital.

Biotech: nuove politiche per valorizzare il settore

Una recente analisi AIFI, presentata in occasione del BioInItaly Investment Forum – evento Federchimica Assobiotec che intende mettere in connessione le startup biotech nazionali con investitori internazionali per favorire lo sviluppo – mostra interessanti dati che fanno riflettere sulla necessità di nuove politiche di valorizzazione del settore.

Lo studio, in particolare, mette in evidenza che il mercato italiano del private capital ​​è cresciuto negli ultimi anni. In particolare, nei settori del medicale e delle biotecnologie, fra il 2019 e il 2023, sono stati investiti 7,5 miliardi di euro, distribuiti su 500 operazioni.

Un focus sul mercato biotech evidenzia, in particolare, una prevalenza di investimenti in seed e startup, una media di circa 30 operazioni l’anno e un ammontare in crescita, grazie anche ad alcune operazioni di dimensioni superiori alla media, per il nostro mercato.

Biotech: il gap da colmare

Guardando questi dati in valori assoluti, però emerge chiaramente che i numeri nazionali sono molto lontani da quelli degli altri Paesi europei e il gap diventa enorme se si fa un raffronto con il mercato USA dove si concentra circa il 60% del valore del mercato globale delle biotecnologie.

Oltre oceano, in aree come Boston MA, il finanziamento seed medio è intorno ai 10 milioni di dollari per impresa e il successivo round (Series A), si aggira intorno ai 53 milioni.

Uno specchio chiaro del divario ma anche di come sono cambiate le dimensioni degli investimenti nel settore healthcare a seguito dell’evoluzione della tecnologia biotech. Entrare in clinica con una cell therapy, una gene therapy, con il gene editing ha dei costi che, per ogni paziente, si attestano a centinaia di migliaia di euro. E la tecnologia utilizzata, che ci si trovi in America o in Italia, è sempre la stessa.

Serve allora un rapido cambio di passo nel “quantum” dei finanziamenti riservati a ogni singola iniziativa. Se il nostro Paese crede che il settore sia strategico le risorse devono concentrarsi, a nord di 50 milioni di euro per investimento.

Per l’Italia è partito un nuovo corso

In questo quadro generale, c’è sicuramente da sottolineare una tendenza positiva nazionale, con la nascita, nell’ultimo periodo, di alcuni nuovi operatori privati di venture capital focalizzati, tutto o in parte, nel settore delle biotecnologie. Mentre la parte governativa ha visto l’arrivo di una agenzia dedicata al settore, Fondazione ENEA Tech e Biomedical, e la decisone di CDP Venture Capital di ammette tra i sette settori strategici proprio healthcare/biotech.

Biotech: un piano operativo in quattro passi

Lo scorso 16 ottobre, alla Farnesina, il Tavolo ministeriale per l’internazionalizzazione delle imprese biotecnologie – istituito nel gennaio di quest’anno dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), in collaborazione con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Ministero dell’Università e della Ricerca, Agenzia ICE, il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e con la partecipazione della leadership di CDP Venture Capital e di ENEA Tech e Biomedical, con la partecipazione di imprenditori, scienziati ed esperti del settore – ha presentato un Rapporto che delinea una strategia finalizzata a migliorare la competitività del settore biotecnologico italiano attraverso il supporto all’internazionalizzazione delle imprese biotecnologiche emergenti e al sostegno delle loro attività di ricerca e sviluppo.

Il rapporto ad interim delinea un piano operativo in quattro passi.

  • Individuare le patologie di interesse nazionale, ovvero quelle che hanno maggiore impatto sulla salute della popolazione italiana in termini di decessi e di riduzione della qualità della vita. Si tratta di malattie cardiovascolari (35% di tutti i decessi in Italia); tumori (responsabili del 29% delle morti); patologie respiratorie; malattie cronico-degenerative; malattie infettive e la resistenza agli antibiotici.
  • Individuare le tecnologie emergenti, come il gene editing o la fermentazione di precisione, che permettono di dare una risposta alle priorità di salute, bio-industriali, ambientali del Paese.
  • Identificare le IBE (Imprese Biotecnologiche Emergenti), impegnate nella R&S di biotecnologie emergenti, andando a costituire un Elenco Speciale delle Imprese Biotecnologiche Emergenti (ESIBE) sia in ambito sanitario che industriale e ambientale.
  • Sostenere le IBE nell’internazionalizzazione attraverso un programma di promozione dedicato, “Montalcini Global Biotech Tour”, per favorire l’incontro tra le imprese biotech emergenti italiane e potenziali investitori, istituzioni e partner internazionali. Ma anche attraverso il supporto delle attività di ricerca e sviluppo, attrazione di talenti e investimenti, collaborazione con i centri di ricerca del Paese, e l’intervento delle agenzie governative di investimento.

Il rapporto ad interim per l’internazionalizzazione del biotech è ora pubblico e tutti gli stakeholder possono dare loro commenti e contributi che saranno poi valutati nella stesura finale del Rapporto prevista entro i prossimi mesi.

Il fenomeno drammatico del “Company fly”

Oltre al necessario lavoro sugli “investimenti” per permettere all’innovazione di trovare una rapida e concreta applicazione a beneficio dei pazienti o dei cittadini, un altro tema chiave è quello legato al mantenimento dell’asset entro i confini nazionali. Dopo la “fuga dei cervelli” c’è infatti anche il rischio del “Company fly” da parte delle startup e PMI biotech con conseguente perdita di know how, tecnologia e talenti.

Non sono isolati i casi in cui le agenzie governative di investimenti hanno investito in un Fondo di Venture Capital, il Fondo ha puntato su una realtà tecnologica nazionale, l’impresa ha raccolto capitali da altri soggetti ed è stata poi acquisita da realtà estere andando anche a trasferire la propria sede oltre confine.

Il mercato azionario per arginare il fenomeno della fuga delle imprese

Per arginare il fenomeno della fuga delle imprese una risposta può essere il mercato azionario.

Per mantenere asset strategici e lasciare la leadership ai fondatori, bisogna lavorare per avere una Borsa Valori e investitori in grado di essere confidenti con la tecnologia e permettere agli investitori della prima ora di uscire dalla società con una exit via IPO. In America le biotech quotate sono oggi quasi un migliaio, con un ampio numero di start-up ancora in fase di sviluppo. Decine di banche, di analisti, migliaia di investitori: un vero e proprio ecosistema.

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