Che si tratti di lavoro, comodità, connessione o intrattenimento, la nostra dipendenza dalla tecnologia digitale è in costante crescita. Tuttavia, si diffonde l’idea che trascorrere troppo tempo davanti a uno schermo possa non giovare al nostro benessere complessivo.
È possibile ridefinire queste abitudini e rendere il tempo sullo schermo più positivo e curato? È questa la domanda a cui hanno cercato di rispondere diverse ricerche, pubblicate su APA PsychNet; tra queste Like this meta – analysis Screen media and mental health (2021), Public Metal illness disclosure on social media and the effects on stigma toward people with mental illness (2024) e Exploring the mental health narrative on TikTok (2024)
Indice degli argomenti
Siamo tutti doomscroller?
Per definire il comportamento di coloro che trascorrono molto tempo sugli schermi è stato coniato il termine doomscroller.
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I Doomscroller sono coloro che trascorrono molto tempo davanti a un dispositivo alla ricerca soprattutto di cattive notizie. Il vocabolo viene da doom, sventura, e scrolling scorrimento. Ad aggiungerlo per primo è stato il dizionario Merriam Webster nel 2020. L’accademia della Crusca scrive che doomscrolling è l’azione di scorrere compulsivamente le pagine di un sito, la bacheca di un social network alla ricerca di cattive notizie e specifica: “Attestato in inglese a partire dal 2018 (in un post di Twitter), il termine doomscrolling si è diffuso in rete e nella stampa angloamericana ed è stato registrato nel 2020 da diversi dizionari inglesi come una delle nuove entrate lessicali legate alla pandemia. Giunto in italiano attraverso la rete (e in qualche caso anche tramite la stampa italiana che ha ripreso e tradotto articoli inglesi e americani), il termine indica il comportamento compulsivo per il quale non riusciamo a smettere di scorrere (scrollare, appunto, verbo ormai entrato nel lessico italiano, registrato dallo Zingarelli 2021 nel significato di “scorrere sullo schermo, detto di flusso di dati”) notizie negative, tristi o deprimenti, online e sui social network, innescando un circolo vizioso di malessere. Il fenomeno non è nuovo ma ha vissuto una crescita esponenziale durante la pandemia di Covid-19. Diversi esperti e psicologi, in primis americani, si sono attivati per mettere in guardia le persone dai pericoli del doomscrolling e dalle conseguenze che tale comportamento può avere sulla salute mentale, suggerendo soluzioni pratiche volte a limitare l’uso dei social network o a promuoverne un utilizzo più consapevole”.
Le prime attestazioni in italiano di doomscrollig rintracciabili sul web risalgono all’estate del 2020. I risultati delle ricerche in rete e sulla stampa suggeriscono una circolazione del termine ancora limitata. Lo troviamo in riviste e giornali online, che spesso riprendono articoli e interviste di quotidiani americani e inglesi, e, sporadicamente, nei siti e nei blog di psicologia e salute mentale.
Come migliorare il rapporto con la tecnologia: le ricerche
Come si può avere un rapporto migliore con tecnologia basata sullo schermo?
La prima indicazione è quella di smettere di preoccuparsi del tempo, quanto piuttosto pensare ai tipi di contenuti che stiamo visitando, il contesto in cui lo stiamo facendo e perché li stiamo prendendo in considerazione. Alcuni ricercatori suggeriscono di pensare in termini di una “dieta digitale.” Così per esempio, come quando consideriamo la nostra dieta, guardiamo la gamma di alimenti, come interagiscono tra loro, quando stiamo mangiando e se abbiamo bisogno di quel cibo rispetto a quello che desideriamo, analogamente, suggeriscono i ricercatori, diversi tipi di tempo sullo schermo possono avere effetti potenziali diversi sul nostro benessere, in base ai contenuti e il momento in cui si vive l’esperienza.
Altro suggerimento: quando pensiamo di essere dipendenti dagli schermi ci concentriamo sull’uso della tecnologia esclusivamente in termini di effetti negativi, e le uniche soluzioni si concentrano sull’astinenza.
Porsi delle domande
Le ricerche pubblicate su APA PsychNET, invece, indicano un modo più utile di inquadrare il nostro uso della tecnologia, in termini di formazione delle abitudini, che può offrirci strumenti più efficaci per realizzare cambiamenti positivi. L’invito è dunque quello di porsi delle domande, come per esempio, che aspetto ha il panorama della nostra tecnologia digitale? Per cosa ci divertiamo a usare i nostri telefoni? Usiamo intenzionalmente gli schermi o abbiamo sviluppato abitudini più insensate e meno fruttuose? Se ci spostiamo verso questo approccio più sfumato, secondo gli psicologi statunitensi possiamo andare oltre la semplice “disintossicazione digitale” cominciando piuttosto a vivere un’esperienza migliore.
Altra buona prassi è quella di valutare le abitudini di utilizzo dello schermo.
Dovremmo essere continuamente riflessivi e consapevoli delle abitudini digitali che stiamo sviluppando. Per esempio, se riusciamo a capire meglio perché sentiamo il bisogno di giocare un altro gioco invece di andare a letto, spesso possiamo individuare problemi più profondi. Il primo passo in questo processo è quello di catturare noi stessi nel momento dell’uso degli schermi, e indipendentemente dal fatto che le abitudini che identifichiamo siano in definitiva buone o cattive, creare un ambiente di riflessione in cui possiamo raccogliere e valutare quelle abitudini.
Modificare le abitudini che non funzionano
Questo può portare a modificare le abitudini che non funzionano, infatti una volta individuate quelle indesiderate, dobbiamo modificare il nostro comportamento per evitare che si trasformino in problemi più gravi, per provare a capire cosa funziona per ognuno di noi. È possibile individuare ciò che le tecnologie hanno già costruito per aiutare l’utente in questo senso, per esempio, la ricerca suggerisce che le modalità Night Shift sugli smartphone non fanno nulla biologicamente per favorire il sonno, ma impostare un tempo per avere un diverso tono di colore sullo schermo può essere un semplice promemoria che ci indica che si potrebbe desiderare di andare a dormire presto.
L’effetto della verità illusoria
La ricerca Like this meta – analysis Screen media and mental health ci dice che se siamo ripetutamente esposti a un’idea, anche se inizialmente non lo crediamo, nel tempo possiamo iniziare ad accettarla, fenomeno noto come l’effetto della verità illusoria. È allora importante ricordare che la narrativa più ampia sugli schermi ha il potenziale di influenzare e colorare le nostre convinzioni e i nostri modi di pensare ai loro effetti in modo improduttivo. Dovremmo quindi essere più critici e riflessivi non solo sulle abitudini stesse, ma su ciò che ci viene detto dei loro effetti. L’obiettivo non è quello di disprezzare o non credere vero qualsiasi titolo si legge sugli schermi; piuttosto, abbiamo bisogno di avvicinarli con un senso di cauta curiosità e ragionamento basato sull’evidenza. Vale la pena ricordare che mentre alcuni commentatori affermano spesso che gli effetti (negativi) degli smartphone e dei social media sono chiari, in realtà la scienza del tempo sullo schermo non ha ancora un consenso sugli effetti, positivi o negativi.
Avere reti di supporto resilienti
Infine, gli studi hanno dimostrato che quando si tratta di sperimentare difficoltà online, avere reti di supporto resilienti intorno a noi è la chiave per superare quelle difficoltà: costruire questo tipo di reti di supporto consente conversazioni più aperte, oneste e non giudicanti tra loro circa le esperienze che abbiamo sui nostri schermi. Condividendo ciò che funziona per noi, così come ciò che non funziona, contribuisce a creare una cultura in cui è più facile chiedere aiuto, condividere consigli e, infine, imparare dalle esperienze digitali degli altri.
Sitografia
https://www.wired.com/story/healthy-screen-time-habits-tech-use
https://psycnet.apa.org/record/2021-98715-001
https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/20501579211029326
[1] https://dictionary.cambridge.org/dictionary/english/doomscroller
[2] https://accademiadellacrusca.it/it/parole-nuove/doomscrolling/19507