L’intelligenza artificiale generativa è sempre più presente nel lavoro intellettuale, ma quali sono le conseguenze sul pensiero critico?
Uno studio condotto da Hao-Ping Lee e Microsoft Research ha analizzato 319 lavoratori della conoscenza in diversi Paesi, rivelando che maggiore è la fiducia nell’AI, minore è l’attivazione del pensiero critico.
Un’altra ricerca di Michael Gerlich conferma il fenomeno: i giovani che usano l’AI con maggiore frequenza ottengono punteggi inferiori nei test cognitivi, con una correlazione negativa significativa tra uso dell’AI e capacità critiche. Il rischio di dipendenza dagli strumenti digitali e la necessità di mantenere un approccio consapevole sono al centro del dibattito scientifico.
Indice degli argomenti
Uno studio su 319 lavoratori della conoscenza
Lo studio condotto da Hao-Ping Lee e Microsoft Research ha coinvolto un campione di 319 lavoratori della conoscenza provenienti da diversi settori professionali e collocati in vari Paesi, tra cui Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Sudafrica e Polonia. Questi lavoratori operano in settori tra i quali l’informatica, i media, amministrazione, finanza e istruzione, con una significativa rappresentanza tra i 25 e i 34 anni, seguiti da una fascia più giovane tra i 18 e i 24 anni e da un gruppo più ridotto tra i 35 e i 44 anni. L’indagine, condotta attraverso un questionario online, ha raccolto 936 esempi reali di utilizzo della GenAI nelle loro attività lavorative.
Corporate Wellbeing: perché la risposta è in un approccio sistemico (integrato)
Dai dati emerge come ChatGPT sia lo strumento di GenAI più diffuso, utilizzato dal 97% dei partecipanti, seguito da Microsoft Copilot e Google Gemini, rispettivamente adottati dal 23% e dal 22% del campione. Altri strumenti, come Copilot integrato nei prodotti Microsoft e Gemini all’interno degli strumenti Google, sono anch’essi usati, seppur con minore frequenza. L’indagine ha evidenziato che la GenAI viene impiegata in una varietà di attività professionali, dalle operazioni di scrittura e generazione di contenuti fino all’estrazione di dati e alla sintesi di informazioni. Viene utilizzata anche per supportare processi decisionali, migliorare testi e verificare contenuti, confermando un ruolo sempre più centrale nei flussi di lavoro digitali.
Meno fatica mentale, ma anche meno pensiero critico?
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda il rapporto tra fiducia nella GenAI e pensiero critico. I risultati mostrano che maggiore è la fiducia in uno strumento di AI, minore è la propensione dell’utente a esercitare il pensiero critico. Al contrario, chi si sente sicuro nelle proprie competenze tende a mantenere un approccio riflessivo e a esaminare in modo più attento i risultati generati dall’AI.
Questa tendenza è stata confermata anche dallo studio condotto da Michael Gerlich, presentato al 9th Business Systems Laboratory International Symposium. Analizzando un campione di 666 partecipanti nel Regno Unito, la ricerca ha evidenziato una correlazione negativa significativa (r = -0,68) tra l’uso frequente dell’AI e il punteggio di pensiero critico. I dati mostrano che i giovani, i quali fanno maggiore affidamento sulla GenAI, ottengono punteggi più bassi nei test di pensiero critico, suggerendo che l’uso intensivo dell’AI possa ridurre l’attivazione cognitiva autonoma e favorire un processo di delega intellettuale.
Esempi pratici: quando il pensiero critico è necessario
Secondo lo studio di Microsoft Research, la necessità di attivare il pensiero critico varia in base al contesto lavorativo e al tipo di attività svolta con l’AI. In settori regolamentati come la sanità e la finanza, la verifica delle risposte AI è indispensabile per evitare errori con conseguenze legali o sanitarie.
Un caso emblematico riguarda un’infermiera che ha utilizzato un modello di AI per redigere una brochure informativa per pazienti diabetici. Sebbene il testo fosse ben strutturato, conteneva informazioni imprecise sulla gestione della glicemia. La professionista ha dovuto verificare e correggere i dati confrontandoli con le linee guida mediche ufficiali. In ambito aziendale, un analista ha chiesto alla GenAI di sintetizzare un report finanziario, ma ha riscontrato omissioni nei dettagli sulle tendenze di mercato. Per evitare decisioni basate su dati parziali, ha riesaminato il documento manualmente, dimostrando che l’AI è utile ma non sufficiente senza un controllo umano accurato.
L’impatto sulla qualità del lavoro e sulla soddisfazione personale
Oltre agli effetti sulle capacità cognitive, l’intelligenza artificiale sta influenzando anche la qualità del lavoro e la soddisfazione personale. Secondo un’analisi pubblicata di recente, l’uso dell’AI potrebbe portare a una spersonalizzazione delle mansioni, riducendo il coinvolgimento creativo e aumentando la percezione di alienazione nei lavoratori. Se l’AI prende il controllo di attività intellettuali, il lavoratore potrebbe sentirsi sempre più un semplice supervisore di output automatizzati, con un impatto negativo sulla motivazione e sulla soddisfazione lavorativa. D’altra parte, come sottolineato in un altro articolo, dedicato agli effetti dell’AI sul futuro del lavoro, emergono anche prospettive positive. Se utilizzata in modo strategico, la GenAI può liberare i professionisti da compiti ripetitivi, consentendo loro di concentrarsi su attività più strategiche e creative. Questo approccio potrebbe trasformare il mondo del lavoro, valorizzando competenze umane difficilmente sostituibili dall’automazione.
Considerazioni conclusive: un nuovo ruolo per il pensiero critico
Gli studi di Hao-Ping Lee e Microsoft Research, insieme alla ricerca di Michael Gerlich, evidenziano come l’adozione della GenAI non elimini il pensiero critico, ma lo riconfiguri. I lavoratori della conoscenza si trovano sempre più spesso a svolgere un ruolo di revisori e supervisori piuttosto che di creatori di contenuti, con un impatto significativo sul modo in cui interagiscono con le informazioni.
Questo spostamento solleva interrogativi sul rischio di una dipendenza eccessiva dagli strumenti automatici, soprattutto nei compiti a bassa complessità. La visione distopica potrebbe essere rappresentata da Wall-E, nel film, gli umani sono diventati fisicamente e mentalmente deboli, perché per secoli hanno affidato ogni attività ai robot e ai sistemi automatici. Hanno dimenticato come camminare, come prendere decisioni e perfino il valore della connessione umana reale.