società digitale

Ma il digitale ci ha reso più connessi o più isolati? Il grande dubbio



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Tra social e intelligenza artificiale, l’iper-esposizione digitale ci ha resi più veloci ma meno profondi. C’è un prezzo da pagare per questa evoluzione? Come bilanciare tecnologia e umanità per un futuro più sano

Pubblicato il 1 apr 2025

Simone Bandini Buti

creatore del modello Brainbow

Enrico Lorenzi

creatore del modello Brainbow



Iper-esposizione alle tecnologie

L’iper-esposizione alla tecnologia ha trasformato la nostra quotidianità, portandoci a vivere in un flusso costante di informazioni e interazioni digitali.

Ma come influisce sulla qualità delle nostre relazioni? Proviamo ad approfondire gli effetti di questa rivoluzione e le possibili strategie per riscoprire una socialità più autentica.

In principio fu il telefono

Nel 1881 a Roma il signor Giovanni Uberti è il primo italiano a ottenne l’attivazione di una linea telefonica privata, col numero 1. Una tecnologia stupefacente nelle sue ricadute pratiche, ma che non stravolse le abitudini relazionali e, infatti, fino all’arrivo degli smartphone non si può dire molto sia veramente cambiato: le persone preferivano confrontarsi da vivo. Nessuno metteva in dubbio fosse la modalità da preferire.

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Iper-esposizione digitale e impoverimento della comunicazione

144 anni dopo i social, che sono la diretta conseguenza dello sviluppo tecnologico digitale, hanno letteralmente invaso quasi ogni aspetto dei rapporti interpersonali, condizionandone l’espressione e rendendo manifesti fenomeni che prima erano più rari o sfumati.

Questi moderni artefatti della socialità ci hanno staccato dalla necessità di essere presenti dal vivo nelle interazioni molto più di quello che il telefono poté fare. Oggi lavoriamo in sincrono con colleghi che vivono dalla parte opposta del globo, addirittura con più colleghi collegati, ma senza veramente esserlo (collegati) a un livello più profondo. Se da un lato questo ci facilita in molti modi, dall’altro impedisce la connessione personale, che anzi oggi è spesso trattata come un disturbo rispetto al contenuto.

La raccolta di tutti quei segnali e informazioni tipiche di uno scambio in presenza è impedita dalla mediazione di schermo e microfono che neutralizzano (nel senso di rendere neutri) una fetta importante dei segnali non verbali, para verbali e anche di prossemica impoverendo la nostra capacità di leggere le relazioni. Non di rado creando fraintendimenti e incomprensioni.

Il consumo bulimico di informazioni e il rischio di superficialità

A questo dobbiamo sommare un altro aspetto/conseguenza della digitalizzazione delle informazioni -e delle relazioni- il tema dell’iper-esposizione a decine, centinaia di fonti di informazione e stimoli che inevitabilmente comportano il consumo dell’attenzione, che deve essere distribuita tra un infinito numero di fonti con l’esito di impedire reali approfondimenti.

Un nuovo modello di fruizione dei contenuti che premia la capacità di sorvolare su un infinito numero di “titoli”, senza poi sapere cosa ci sia dietro gli stessi in termini di dati, argomenti, considerazioni, ipotesi, etc.

Questo fenomeno, il consumo bulimico di info dal basso valore nutritivo, comporta diversi rischi: riduzione della capacità critica, consumo di tempo passato davanti allo schermo che viene tolto dalle relazioni dal vivo, costruzione di aspettative irrealistiche e irraggiungibili con conseguente frustrazione dovuta al confronto tra la propria realtà (spesso percepita modesta) e i modelli social. Una frustrazione che spinge verso -paradossale- il rifugio nel virtuale che ci protegge dai feedback e permette a nostra volta di esporre solo fotogrammi edulcorati di vita. Solo contenuti allineati allo standard dei social.

La voglia di mostrare noi stessi filtrati da ciò che è proponibile da uno schermo ci agevola (è più smart), poi ci gratifica e, infine, ci tutela dai feedback diretti e di persona. Ma nel tempo, ci rende fragili rispetto a obiezioni e critiche: fatichiamo ad accettarle, comprenderle, approfondirne le ragioni e quel che è peggio a costruire una replica alle stesse senza scadere nelle aggressioni.

L’illusione della connessione e il rischio di isolamento

I social hanno comportato un aumento di visibilità o desiderio di essa, ma anche un aumento della paura del fallimento nelle relazioni.

Dal nostro osservatorio abbiamo per esempio notato l’aumento del numero di persone che manifestano difficoltà nel parlare in pubblico e che contemporaneamente, pur essendone consapevoli, sono anche meno disponibili a lavorare su di sé.

Quasi come se lavorare sulle capacità relazionali “dimostrasse” la propria fragilità rispetto a standard (da influencer professionisti) cui tutti facciamo riferimento: o si comunica così o si è nulla.

144 anni dopo quella prima linea telefonica a Roma, oggi ogni italiano -grazie ai social- sente di essere in relazione (e concorrenza) col pianeta. Essere così tanto collegati, fruire di così tanti contenuti e stili comunicativi dà una sensazione di socialità sviluppata che regge finché ascritta al virtuale, ma che alla prova del reale (riunioni in presenza, corsi, nuove amicizie, viaggi, etc.) può creare un disagio che vede nell’isolamento la via di fuga preferibile.

Compressione dei tempi e perdita del contatto con se stessi

Sorvolare tra infinite fonti di informazioni e rapportarci filtrati da apparecchi tecnologici ha “compresso i tempi delle relazioni”, creando la necessità di iper-sintetizzare. Un tempo c’era la noia, adesso dotati di un cellulare sempre in tasca, perfino noi sulla soglia dei sessant’anni non abbiamo – se non la cerchiamo – una pausa. Tendiamo perennemente a “riempire i vuoti”, non abbiamo più i cinque minuti in cui aspettiamo l’autobus o il momento in sala d’attesa aspettando il nostro turno. Riempiamo i vuoti scrollando il cellulare. Questo porta a un distacco da ciò che si sente, dove per sentire si intende il concetto di sentire le proprie emozioni, sentire nel senso più profondo della parola: la stessa disconnessione nei rapporti con gli altri trova il suo omonimo in quella con noi stessi. Con inevitabili ricadute sulle amicizie, nell’amore, a scuola e, prima o poi, nel lavoro. Molte, moltissime persone non sanno stare nel silenzio di un vuoto di tempo. Sole con sé stesse e le proprie sensazioni. Li vedi camminare in montagna con le cuffie, davanti a un panorama che vedono attraverso lo schermo.

Come cambia l’apprendimento nell’era digitale

Questa “compressione dei tempi” ha avuto delle evidenti ricadute sulle competenze che esercitiamo, ma anche che valorizziamo e spingiamo ad accrescere. Citando Baricco e il suo libro sui “Nuovi Barbari” è facile osservare come in tutti noi si evidenzi, ma nei giovani è ormai un tratto, la grande capacità di spostarsi tra hub di conoscenza.

Rispetto anche solo a due generazioni fa, il modo dei ragazzi di entrare nelle bolle dei vari contenuti, che siano la scuola o le loro passioni, è differente rispetto a quelle di genitori e nonni. Facciamo un esempio: la lavastoviglie mi segnala un guasto e in 20 minuti trovo il video tutorial su youtube che spiega come intervenire, proprio sul mio modello di elettrodomestico. Avessi dovuto studiare come risolvere il problema attraverso un manuale, non ne sarei venuto a capo in 3 giorni. I ragazzi oggi fanno così: hanno un dubbio? Vanno sui motori di ricerca, sulle piattaforme, guardano un creator o influencer, trovano un canale con un esperto che fa il suo speech. È decisamente un modo diverso di apprendere.

La nostra generazione era abituata a sfogliare un’enciclopedia per costruire con gran fatica e dispendio di tempo una ricerca sulle piramidi. Siamo cresciuti sviluppando l’approccio verticale alla conoscenza: studiare contenuti, leggendoli, riassumendoli, confrontando fonti, costruendo schemi e in questo modo dedicavamo molto tempo a pochi argomenti per conoscerli tantissimo.

Oggi è diverso: qualcuno che ha fatto il lavoro di digestione, l’ha trasformato in un contenuto di 7 – 15 minuti e lo ha pubblicato rendendolo accattivante e a noi non resta altro che “salvarlo” per tirarlo fuori tutte le volte che ne sentiamo il bisogno.

Intelligenza artificiale e il futuro della conoscenza

Ma quello che abbiamo fin qui descritto è già ieri.

L’avvento dell’Intelligenza Artificiale ci obbligherà a fare i conti con una ulteriore espansione delle possibilità di accedere ai contenuti, rivederli, metterli insieme e anche generarne di nuovi. Se la nostra generazione era brava ad approfondire, le nuove generazioni sono velocissime a spostarsi tra hub di conoscenza, presto la velocità non sarà più importante: il futuro ci chiede di diventare bravi a porre domande alle AI, a scrivere dei prompt sempre più raffinati. Le AI si occuperanno sia di andare in verticale negli hub di conoscenza, sia di spostarsi tra hub diversi in modo ultra rapido.

Le sfide della tecnologia: tra opportunità e rischi di isolamento

C’è un pegno da pagare?

La disinvoltura con la quale abbiamo accettato il digitale invadesse la socialità fenomeno per il quale tutt’oggi paghiamo uno scotto come abbiamo cercato di tratteggiare nell’articolo, temiamo ci trovi impreparati anche alle nuove ondate tecnologiche che sono e saranno inevitabili (oltre che da apprezzare per il bello che porteranno).

Mostrare disponibilità a integrare le novità ci auguriamo non corrisponda a un ulteriore isolamento dell’individuo. Ma anzi gli corrisponda -speriamo di aver appreso la lezione- un coerente investimento nella socialità che più ci caratterizza come specie: interazione, sviluppo di amicizie, connessione, contatto, discussione, chiacchiere, tempo assieme. Dal vivo, di persona per riprendere con disinvoltura ad agire quelle capacità relazionali tanto importanti per il benessere di una specie come la nostra.

Recuperare la socialità: strategie per un equilibrio tra reale e virtuale

La bella notizia è che ogni età e quindi ogni generazione può allenare le proprie abilità interpersonali imparando a conoscere noi stessi attraverso il confronto con gli altri, la critica, le chiacchierate, l’intimità, la partecipazione a iniziative che ci espongano al confronto con nuove persone e con i motivi più disparati: lavoro, corsi, viaggi, sport, passioni.

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