informazione e digitale

Post-verità: che guaio per la democrazia quando l’opinione oscura i fatti



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Un’analisi sociologica della trasformazione dell’informazione nell’era dei social media, dove la verità viene sostituita da narrazioni emotive, creando bolle informative che minacciano il pluralismo e la coesione sociale

Pubblicato il 25 feb 2025

Marino D'Amore

Docente di Sociologia generale presso Università degli Studi Niccolò Cusano



post-verità

Il concetto di post-verità è emerso nel dibattito pubblico degli ultimi anni, soprattutto in relazione agli sviluppi dell’information technology e all’uso dei social media. La post-verità si riferisce a un fenomeno secondo cui i fatti oggettivi contano meno delle emozioni e delle posizioni personali nel formare l’opinione pubblica.

In un contesto caratterizzato dall’egemonia delle piattaforme digitali, l’informazione è sempre più parcellizzata, personalizzata e polarizzata, sollevando doverosi interrogativi sulla qualità dell’informazione e sul suo impatto sulla società. Questo articolo esplora la relazione tra post-verità, informazione e digitale da una prospettiva sociologica, esaminando le implicazioni del fenomeno per la democrazia, il pluralismo e la coesione sociale.

La nascita del concetto di post-verità

Il termine “post-verità” ha acquisito una risonanza globale dopo eventi significativi come la Brexit e le elezioni presidenziali statunitensi del 2016. Sebbene il termine sia stato usato per la prima volta nel 1992 da Steve Tesich, dopo un altro accadimento di impatto mondiale come la guerra del golfo nel 1991, è solo negli ultimi anni che il concetto ha assunto una centralità nella discussione sociologica e politica pubblica. Tesich, nel suo articolo pubblicato su The Nation, denunciava l’influenza della politica che manipolava l’opinione pubblica distorcendo i fatti, creando una realtà parallela che neutralizzava la verità fattuale a favore di una costruita e funzionale al raggiungimento di scopi precisi pianificati.

Nel contesto attuale, la post-verità si manifesta non solo nel discorso politico, ma anche nella società in generale, dove le narrazioni emotive e persuasive prevalgono su una realtà oggettiva. La creazione di un ambiente informativo che privilegia la sensazionalizzazione, la semplificazione e l’affermazione di verità alternative ha cambiato radicalmente la dinamica della comunicazione pubblica tanto da sfociare nell’over-verità, quella che offusca la verità stessa, la ingloba e la plasma secondo le circostanze, i relativi scopi e le contingenze politiche, economiche e sociali.

Il concetto di over-verità

L’over-verità è un concetto fluido, figlio della modernità baumaniana, una condizione che oltrepassa la realtà, ne mitiga l’importanza, relegandola nella condizione di evenienza meramente collaterale. Un modus pensandi che indirizza l’azione comunicativa e non teme la contraddizione, anzi la neutralizza negandola o semplicemente dimenticandola come se non fosse mai esistita.

Questa è l’over-verità, la verità funzionale adatta a qualsiasi situazione in cui il dato di fatto diventa accessorio, elemento non necessario, danno contingente da lasciar cadere nell’oblio.

Essa, tuttavia, non uccide il pluralismo informativo, anzi lo amplifica, perché ogni attore comunicativo può costruirsi la sua versione dei fatti che smentisce quella dell’antagonista nel contraddittorio e affermare ciò che, in quel momento, è più utile alla sua causa.

La relazione tra post-verità e informazione digitale

Le piattaforme digitali e social hanno trasformato il paesaggio dell’informazione in modo radicale. Prima dell’ascesa dei social media, l’informazione veniva principalmente veicolata attraverso gli old-media, i media tradizionali, come giornali, radio e televisione, che, sebbene non privi di critiche, avevano un ruolo caratterizzato da autorevolezza, mediazione e verifica dei fatti. Oggi, con l’avvento delle tecnologie digitali, le persone possono accedere a una quantità infinita di contenuti, generati non solo dai giornalisti professionisti, ma anche da individui e gruppi non specializzati. Le piattaforme come Facebook, Twitter e YouTube hanno il potere di curare e diffondere notizie in base agli algoritmi, che tendono a favorire contenuti sensazionali e polarizzanti (Tufekci, 2015).

Un fattore cruciale in questo processo è la creazione delle echo-chambers, “bolle” in cui gli utenti sono esposti principalmente a contenuti che confermano le loro convinzioni preesistenti e che evitano la dissonanza cognitiva causata da posizioni confliggenti con le proprie. Secondo Eli Pariser (2011), questi algoritmi creano un ambiente in cui l’informazione viene selezionata e “personalizzata”, ma tale personalizzazione finisce per rinforzare le opinioni esistenti e limitare l’esposizione a punti di vista alternativi, neutralizzando, di fatto il pluralismo. Di conseguenza, le persone diventano più vulnerabili alla disinformazione e alle fake news, che tendono a diffondersi in modo invasivo e più velocemente di informazioni verificate.

Le fake news non sono un fenomeno nuovo, ma la velocità con cui queste si diffondono sui social media è senza precedenti (Friggeri et al., 2014). Le ricerche hanno dimostrato che le notizie false hanno una maggiore probabilità di essere condivise e commentate rispetto a quelle vere, e ciò avviene non solo per motivi di errore, ma anche per il fatto che esse suscitano emozioni più forti nei lettori (Vosoughi et al., 2018). La viralità delle fake news contribuisce alla creazione di un ambiente in cui la verità appare sempre un elemento collaterale e relativo.

Le dinamiche sociologiche della post-verità

L’emergere della post-verità non può essere compreso senza considerare il contesto sociale ed economico più ampio in cui si inserisce. Secondo la sociologia dei media, la crescente diffusione di contenuti online ha ridotto il controllo tradizionale che i media mainstream esercitavano sull’informazione. Questo fenomeno è strettamente legato alla trasformazione dei rapporti di potere nella società, in cui i tradizionali gatekeeper dell’informazione, giornalisti, redazioni, istituzioni, sono stati sostituiti da attori che si rinnovano continuamente che operano in contesti digitali molto meno regolati.

La poca fiducia verso i media mainstream e le istituzioni politiche ha creato un terreno fertile per la diffusione di teorie del complotto e visioni alternative della realtà (Benkler et al., 2018). La polarizzazione dell’opinione pubblica è un altro effetto della post-verità: le persone tendono a radicarsi sempre di più nelle loro posizioni, spesso alimentate dalle piattaforme digitali che rinforzano le loro credenze, come spiegato, portando a una disintegrazione del dibattito pubblico e a una crescente e irreversibile frammentazione sociale (Sunstein, 2009).

Al contempo, la post-verità riflette anche il cambiamento nelle strutture di comunicazione, ossia il passaggio da una comunicazione centralizzata e iperverticale a una distribuzione orizzontale dell’informazione, che ha reso l’accesso e la partecipazione alla produzione di notizie accessibile a chiunque, ma senza garantire l’affidabilità di ciò che viene prodotto (Couldry & Hepp, 2017).

Le implicazioni per la democrazia e il futuro dell’informazione

La democrazia contemporanea è seriamente minacciata dal fenomeno della post-verità. La capacità dei cittadini di prendere decisioni informate è messa a dura prova dalla diffusione di informazioni distorte o manipolate. L’autorevolezza nelle fonti delle notizie è diventata ormai una caratteristica accessoria e poco significativa, e l’accesso a informazioni accurate diventa sempre più difficile in un ambiente in cui la verità oggettiva sembra sostituita dall’opinione (Fuchs, 2017). L’emergere della post-verità, e della sua esasperazione ossia l’over-verità, suggerisce che la distinzione tra fatti e opinioni è sempre più sfumata, mitigata, creando un disorientamento generalizzato tra i cittadini.

Il futuro dell’informazione digitale dipenderà dalla capacità delle istituzioni di sviluppare soluzioni normative che garantiscano la verità e l’integrità delle informazioni che circolano sulle piattaforme e non solo. Sebbene siano stati proposti modelli di regolamentazione delle piattaforme (ad esempio, la legge sui servizi digitali dell’Unione Europea Reg. UE 2022/2065), è ancora incerto quanto questi possano rappresentare degli strumenti efficaci per contrastare le fake news e la manipolazione digitale (Gillespie, 2018). Tuttavia la soluzione non risiede solo nella regolamentazione, ma anche nella promozione di una “alfabetizzazione mediatica” o “ educazione digitale” che aiuti gli utenti a distinguere tra contenuti veri e falsi e a sviluppare un senso critico e consapevole nei confronti delle informazioni che consumano (Levy & Nielsen, 2016).

Approcci per affrontare la post-verità

Affrontare la post-verità richiede un approccio integrato che coinvolga i governi, le piattaforme digitali, i giornalisti, gli educatori e i cittadini. L’educazione al pensiero critico e all’alfabetizzazione mediatica sopracitata deve diventare una priorità nelle scuole e nelle università, così come nelle politiche pubbliche.

Le piattaforme social devono essere più trasparenti nel modo in cui curano e distribuiscono i contenuti, sviluppando tecnologie sempre all’avanguardia per identificare e contenere la disinformazione senza, ovviamente, limitare la libertà di espressione, che non è una libertà illimitata ma trova una naturale confine nella stessa libertà che appartiene al destinatario del messaggio (Tufekci, 2015).

Inoltre, gli attori sociali dovrebbero collaborare per promuovere una cultura dell’informazione che tuteli la qualità e l’integrità. In quest’ottica, i giornalisti e i media tradizionali hanno un ruolo cruciale nel contrastare la disinformazione e nel restituire centralità alla verità oggettiva. L’integrazione di tecnologie come l’intelligenza artificiale per la verifica dei fatti e il monitoraggio delle fake news dovrebbe rappresentare un passo importante e irrinunciabile in questo processo.

La post-verità, e con essa l’over verità, rappresenta un temibile avversario all’interno di una sfida complessa e multidimensionale per la società contemporanea. La trasformazione digitale ha radicalmente cambiato il modo in cui l’informazione è prodotta e consumata, creando nuove opportunità e, specularmente, nuovi pericoli. Le conseguenze di tale processo sono molto  gravi, non solo per la qualità dell’informazione, ma anche perché mettono a rischio la coesione sociale e il funzionamento della democrazia. Solo con un approccio integrato e multidisciplinare, che comprenda l’educazione critica, la regolamentazione delle piattaforme e la responsabilizzazione degli attori in campo, sarà possibile affrontare efficacemente questo fenomeno contestualizzato in uno scenario, come quello digitale, in costante mutamento.

Bibliografia

  • Benkler, Y., Faris, R., & Roberts, H. (2018). Network Propaganda: Manipulation, Disinformation, and Radicalization in American Politics. Oxford University Press.
  • Bauman Z., Modernità liquida, Laterza, Bari 2006.

Vosoughi, S., Roy, D., & Aral, S. (2018). “The spread of true and false news online”. Science, 359(6380), 1146-1151.

Couldry, N., & Hepp, A. (2017). The Mediated Construction of Reality. Polity Press.

Fuchs, C. (2017). Social Media: A Critical Introduction. Sage.

Friggeri, A., Garimella, V. R. K., & Kumar, R. (2014). “Rumor Cascades”. Proceedings of the 8th International Conference on Weblogs and Social Media.

Gillespie, T. (2018). Custodians of the Internet: Platforms, Content Moderation, and the Hidden Decisions That Shape Social Media. Yale University Press.

Levy, D. A. L., & Nielsen, R. K. (2016). “The Changing Role of the News Consumer”. Journalism Studies, 17(5), 656-675.

Pariser, E. (2011). The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You. Penguin Press.

Sunstein, C. R. (2009). Republic.com 2.0. Princeton University Press.

Tufekci, Z. (2015). “Algorithmic Harms Beyond Facebook and Google: Emergent Challenges of Computational Agency”. Colorado Technology Law Journal, 13(2), 203-218.

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