Molte sono le trasformazioni indotte dalla tecnologia, molte sono le cause della crisi della democrazia (anche di quella formale, quella sostanziale è in crisi – o meglio, non si è mai realizzata – da molto più tempo, dagli inizi della democrazia moderna) crisi che stiamo vivendo da quarant’anni, ma di cui non riusciamo ancora a vedere la sua causa prima.
Indice degli argomenti
Il problema del tecno-capitalismo
Perché il problema non sono solo Trump & Musk (o Musk & Trump, cambiando l’ordine dei fattori il problema non cambia). Il problema è la tecnica, il sistema tecnico moderno integrato con quello capitalistico, quello che chiamiamo tecno-capitalismo. E con le oligarchie tecniche che si sono create. E che si sono lasciate creare, con troppi politici del mondo innamorati di Musk e devoti pellegrini alla Silicon Valley, senza rendersi conto di contribuire così alla morte della democrazia. Perché dire che la rete è libera e democratica è falso da tempo (Ippolita, 2014). Eppure, molti continuano a crederlo.
Il tecno-fascismo contro la democrazia
Trump che vuole comprare o comunque conquistare la Groenlandia (“Per la sicurezza nazionale e la libertà in tutto il mondo, gli Stati Uniti ritengono che la proprietà e il controllo della Groenlandia siano una necessità assoluta”), esprimendo un atteggiamento tipicamente imperiale/imperialistico e/o proprietario ma soprattutto psicopatico (delirio di grandezza/onnipotenza, a struttura profondamente narcisistica), o infantile (la voglio!); che rivuole anche il Canale di Panama (“Ne abbiamo bisogno per la nostra sicurezza economica. È stato costruito per i nostri militari”. Quindi è nostro); mentre il Canada dovrebbe diventare il 51° stato degli Usa. Boutade di un folle compulsivo, propaganda, oppure una precisa volontà politico-imperiale – o tutte e tre le cose insieme? E poi Musk, che fa endorsement per la filonazista tedesca AfD (l’unica che può salvare la Germania), mentre Giorgia Meloni si fa fotografare adorante al fianco di Musk – e Musk e Zuckerberg che rimuovono i controlli e le politiche di moderazione sui loro social in nome della libertà di odio per tutti (e per il loro profitto privato), sfidando apertamente il Digital Services Act (DSA) dell’Unione Europea, UE colpevolmente silenziosa. È il tecno-fascismo di tecnica e neoliberalismo; è una nuova fase del capitalismo avvoltoio secondo Grace Blakeley e il suo utilissimo libro; è il capitalismo da Far-west (criminali e sceriffi riuniti nelle stesse persone).È la tech right secondo la definizione dello stesso Musk, in realtà una definizione tautologica.
Sovra-ordinare la società al mercato e alla tecnica
Sì, perché tecnica e capitale, da sempre, appunto dall’inizio della modernità industriale e industrialista, si propongono prima di fare a meno o di aggirare la democrazia con le proprie oligarchie/plutocrazie e i loro interessi privati, oligarchie che però agivano soprattutto nell’ombra, così oscene da preferire di non esporsi troppo al pubblico (con le dovute eccezioni, si pensi allo statunitense reazionario Robert McNamara, primo ad della Ford e poi suo presidente, quindi segretario alla difesa Usa con Kennedy e Johnson e infine presidente della Banca Mondiale); ma poi, oggi, dall’avvento del digitale, tecnica e capitale tentano di sovra-ordinare se non di sostituire direttamente se stesse alla società e alla democrazia, volendo appunto integrare il mercato e il sistema tecnico alla società e alla democrazia, trasformando l’una e l’altra in fabbrica e in mercato (infra). Questo era ed è l’obiettivo, il fine, del neoliberalismo & del sistema tecnico. Entrambi (il mercato e il sistema tecnico) proponendosi come privati legislatori non solo nelle fabbriche (come scrivevano Marx ed Engels), ma esercitando l’organizzazione, il comando e il controllo/sorveglianza (cioè la legislazione, quella autentica, fatta di produzione di norme comportamentali più che di leggi generali e astratte) sulla società intera, im-ponendosi però questa volta in modo appunto esplicito (Musk non è il solo), come oligarchie, plutocrazie, autocrazie. Rivendicando esplicitamente la loro legittimazione a governare il mondo e così dando piena realizzazione agli obiettivi già del positivismo ottocentesco, quello di Saint-Simon e di Auguste Comte, per i quali società=industria, che deve quindi essere governata da industriali e banchieri e tecnocrati.
Il conflitto tra tecno-capitalismo e democrazia
Due libri recenti, usciti negli Stati Uniti, buoni ultimi, ripropongono il problema. Utile quindi tornare sul tema del conflitto tra tecno-capitalismo e democrazia (e libertà, e autonomia dell’uomo, e cittadinanza, eccetera eccetera), perché repetita iuvant. Conflitto – anticipiamo la nostra tesi – che può essere risolto solo in modo radicale: o difendiamo la democrazia nel senso autentico di demo-crazia o lasciamo che il tecno-capitalismo la distrugga definitivamente attraverso la sua disruption e con la sua sostituzione con quella società automatizzata e amministrata dalle macchine, di cui scriveva il filosofo Max Horkheimer (1895-1973) – dove “tutto sarà regolamentato, veramente tutto! […], dove il singolo potrà sì vivere senza preoccupazioni materiali, ma dove non conterà più nulla […] e tutto si ridurrà al fatto di imparare come si usano i meccanismi automatici che assicurano il funzionamento della società”– una società-fabbrica imposta dalle oligarchie/autocrazie tecno-capitaliste e realizzando la più perfetta delle non-democrazie (perché una fabbrica non è né deve mai essere democratica), offerta però in nome della massima libertà individuale (appunto, il Far west). Ogni compromesso tra capitale/tecnica e democrazia è cioè diventato impossibile e quelli del passato (il compromesso tra capitale e lavoro, il compromesso socialdemocratico) sono tutti falliti per la potenza (totalmente sottovalutata) e deterministicamente anti-democratica perché totalizzante e totalitaria di capitale e tecnica. Ovvero: tertium non datur.
I due libri da cui partiamo – abbastanza scontati, con niente di davvero originale, banali come la maggior parte dei libri americani – sono questi: Rob Lalka, “The Venture Alchemists. How Big Tech Turned Profits into Power”; e Marietje Schaake “The Tech Coup. How to Save Democracy from Silicon Valley”.
Critiche al mito degli imprenditori tecnologici
Rob Lalka è un Business professor alla Tulane University. E la sua lettura parte dalle biografie di alcuni imprenditori di successo come Mark Zuckerberg, Larry Page e Sergey Brin, Peter Thiel e David Sacks e di come siano riusciti a trasformare quelle che presentavano come nuove idee e nuovi prodotti, in un potere economico ma anche politico e in una influenza personale senza precedenti sulla società, rovesciandola disruptivamente, come sosteniamo, come un calzino – intendendo con disruption ciò che si produce quando una tecnologia di rottura “si impone su un mercato, sconvolgendolo totalmente, causando un cortocircuito delle regole che lo reggono, anzi ristrutturando brutalmente alcune modalità d’azione o alcune tipologie di relazione sociale” (Ippolita, “Tecnologie del dominio”), che è appunto quanto il digitale ha prodotto anche sulla democrazia e sulla libertà individuale. Qualcuno di quegli imprenditori sosteneva persino che la privacy (elemento essenziale della libertà individuale) era cosa del passato e tutti gli hanno creduto, permettendogli così di estrarre valore e profitto per sé e creare il Big Data e il capitalismo della sorveglianza da quella vita umana, psichica e relazionale che non era stata ancora colonizzata e valorizzata dal capitale. E così abbiamo perso la libertà e la soggettività, senza muovere un dito, felici di poter condividere tutto di noi, anche ciò che un tempo doveva restare privato. E molti di loro – che troppi, soprattutto nei Dipartimenti di management e nelle business school si ostinano ancora a chiamare visionari quando sono nichilisti e, nel caso di Musk, reazionari/tecno-fascisti all’ennesima potenza – molti di loro, secondo Lalka, believe that their newfound power should be unconstrained by governments, regulators, or anyone else who might have the gall to impose some limitations. E qui la tecnica associandosi al neoliberalismo contro il diritto e lo stato e appunto contro la democrazia (che è fatta di regole e di limitazione e di bilanciamento dei poteri), in nome del libertarianesimo e dell’anarco-capitalismo statunitensi o tornando all’idea di stato minimo teorizzato da Robert Nozick (1938-2002), che scriveva (nel 1974): “Lo stato minimo ci tratta [finalmente] come individui inviolati, che non possono essere usati dagli altri in certe maniere come mezzi o arnesi o strumenti e risorse; ci tratta come persone […] e ci permette […] di scegliere la nostra vita e di conseguire i nostri fini […]” (“Anarchia, stato e utopia”) – mentre in realtà si è realizzato esattamente l’opposto di quanto ingenuamente credeva Nozick – e che non poteva non realizzarsi – riducendo tutti a merce, tutti usati dal sistema capitalistico e tecnico come mera forza-lavoro, nel taylorismo digitale di oggi. Altro che individui inviolati, altro che poter scegliere la nostra vita e perseguire i nostri fini, semmai, come oggi, siamo costantemente violati (esistenzialmente stuprati) dal capitalismo della sorveglianza e resi incapaci di perseguire fini diversi (umanistici, ecologici) dall’accrescimento illimitato del tecno-capitalismo. Lalka cerca di “deflating the myth of these entrepreneurs”, ma non aggiunge nulla di realmente nuovo al già detto e scritto. E quindi affermare che “In many ways, Silicon Valley has become the antithesis of what its early pioneers set out to be” è falso, perché tutto quanto prodotto segue una specifica pianificazione tecno-capitalista per la rottamazione/disruption anche della democrazia e della libertà. Così come illusorio è credere ancora nella favola/marketing per cui “the technologies of the future must be pursued thoughtfully, ethically, and cautiously”, qualcosa di impossibile per la contraddizione che non lo consente, come i fatti di ogni giorno ci dimostrano (se avessimo consapevolezza critica dei processi etero-diretti in cui siamo immersi).
Necessità di regolamentare la tecnologia
Marietje Schaake invece è stata membro del Parlamento europeo e oggi è direttrice al Cyber Policy Center della Stanford University. Per l’Autrice, “technologies should be developed within the framework of democracy, not the other way around”. E “to accomplish this realignment”, presenta “a range of solutions, from banning what she sees as clearly antidemocratic technologies (like face-recognition software and other spyware tools) to creating independent teams of expert advisors to members of Congress attempting to understand technologies and business models”. Ma anche in questo, nulla di nuovo. E soprattutto non vedendo che l’anti-democrazia della tecnica è nella sua essenza, e non solo nei face-recognition software and other spyware tools.
Prima di Rob Lalka e Marietje Schaake
Andiamo allora e piuttosto a cercare di capire perché la tecnica è antidemocratica per sua essenza. Repetita iuvant, di nuovo. Scriveva il filosofo Martin Heidegger (1889-1976), uno dei primi filosofi anche della tecnica: non è più la Terra ciò su cui oggi l’uomo vive, ma un mondo dominato dalla tecnica, dal Gestell, cioè dall’im-posizione, che non è qualcosa di solo tecnico ma qualcosa “che pro-voca l’uomo a disvelare il reale, nel modo dell’impiego” e dell’impiegabilità (“Saggi e discorsi”); cioè del fare, del produrre, del consumare, sempre di più. A prescindere da ogni altro valore o principio; e la natura, sempre secondo Heidegger è ridotta a “fondo a disposizione (Bestand) di quell’impianto di richieste (Gestell) che decidono non solo dell’impiego di tutte le cose, ma anche del loro senso. […] la tecnica è la verità della nostra epoca […] e condiziona lo svelamento della natura a quell’impianto di richieste che stabilisce ciò che deve essere svelato e le modalità di svelamento. La forza svelata è così pre-diretta, la sua direzione è pre-decisa dall’impiego, l’impiego è tale solo se è costantemente assicurato” (Galimberti, “Heidegger e il nuovo inizio”); e anche l’uomo è diventato impiegabile, un materiale da costruzione la cui impiegabilità è anch’essa pre-decisa e pre-diretta dal sistema. E oggi a pro-vocare l’uomo sono macchine automatiche e in machine learning/i.a., che è ancora peggio. Tecnica che quindi (ma aggiungiamo il capitale), per questa sua essenza, per questo suo determinismo, pre-decide e pre-dirige ciò che si può e si deve fare – cioè la tecnica e il suo accrescimento sono auto-telici/auto-poietici – e quindi, conseguentemente, la tecnica non può essere democratica né conciliarsi con la democrazia, ancora per la contraddizione che non lo consente. Se poi questa tecnica si serve delle sue oligarchie per facilitare l’accettazione di questo determinismo, tutto diventa più difficile per la democrazia e molto più facile per il sistema tecnico, che impone la sua pedagogia basata sul non ci sono alternative e la storia umana, umanistica, è davvero finita.
Di più – e lo evidenziava già nel 1939 F. G. Jünger (fratello del più famoso Ernst – 1898-1977): “non è più l’uomo a creare il mondo che lo circonda, ma l’apparato industriale e così [l’uomo] impara ad agire contro la sua stessa volontà, deformata dalla macchina, […] e i suoi sforzi sono sempre provocati dalla macchina e sempre finisce per seguire la legge che è insita nello sviluppo della nuova tecnica” (“La perfezione della tecnica”). Perché l’aspirazione al potere della tecnica come del capitalismo “si prefigge anche lo scopo di subordinare lo stato e di sostituire l’organizzazione statale con una organizzazione tecnica”. Perché “il tecnico oppone sempre i regolamenti tecnici allo stato e all’intera organizzazione sociale, in una instancabile produzione di leggi e di regolamenti contrassegnati da un carattere tecnicamente normativo”, cioè “la decisione tecnica è allo stesso tempo dispositiva e causale”. Descrizione perfetta (impossibile negarlo) del mondo di oggi. Dove anche le criptovalute sono il mezzo per esautorare/espropriare lo stato, o i gruppi di stati, anche della sovranità monetaria, imponendo una moneta privata/capitalistica/tecnica, anti-stato e anti-democrazia (i poteri potenzialmente concorrenti del tecno-capitalismo, che quindi devono essere eliminati).
E se negli anni Trenta uno dei ri-fondatori del liberalismo, Walter Lippmann (1889-1974), scriveva che il neoliberalismo (ulteriore versione del positivismo) è l’unica filosofia “che possa condurre all’adeguamento della società umana alla mutazione industriale e commerciale fondata sulla divisione del lavoro”, che a sua volta è un dato storico – un dato di fatto che non può essere cambiato e quindi suo compito è modificare l’uomo, adattandolo alle esigenze della produzione e di un capitalismo che diventa “un nuovo sistema di vita per l’intera umanità”,accompagnando“la rivoluzione industriale in tutte le fasi del suo sviluppo”; e poiché essa è infinita, “l’ambiente sociale e il sistema capitalistico devono tendere a formare tra loro un tutto armonico” – ebbene questo è un altro modo per distruggere la democrazia e il libero arbitrio (se l’uomo e la democrazia devono solo adattarsi alle esigenze del capitale e della sua rivoluzione industriale – che è quello che sta accadendo da quarant’anni a oggi – se quindi viene cancellato il libero arbitrio che è essenza della democrazia…). E se l’ordo-liberalismo (variante tedesca del neoliberalismo) questo appunto voleva, sovra-ordinare e integrare il mercato alla società e allo stato, l’ordo-macchinismo, come lo abbiamo definito, vuole sovra-ordinare e integrare il sistema tecnico alla società e allo stato. Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo congiurano cioè insieme contro la democrazia e la libertà.
Scriveva a sua volta Günther Anders (1902-1992), forse il migliore tra i filosofi della tecnica (e scusate se ci ripetiamo, ma appunto: repetita iuvant): “la convergenza delle macchine tra loro è inarrestabile. Questa convergenza causata dalla tecnica è la rivoluzione che si sviluppa in modo permanente.Essa non si muove nella direzione della libertà dell’uomo, bensì nella direzione del totalitarismo degli apparecchi. E come pezzi di questo mondo di apparecchi, noiuomini siamo, nel migliore dei casi, proletari”. Tutto converge, tutto deve connettersi/integrarsi e sincronizzarsi, oggi in tempo reale – fino a formare una megamacchina. Che oggi, integriamo Anders, si chiama digitale e digitalizzazione delle masse. E ancora: “Il trionfo del mondo degli apparati consiste nel fatto che esso ha cancellato la differenza tra forme tecniche e sociali, rendendone infondata la distinzione. […] l’ideale dell’apparato è tanto più perfettamente realizzato quante più energie e rendimenti una struttura riunisce in sé. In effetti, i singoli apparati in senso letterale restano incapaci di funzionare in modo sensato finché non vengono coordinati in un tutto perfettamente funzionante come l’apparato. […] Quando un’organizzazione è in funzione, l’idea della moralità dell’azione viene sostituita da quella della bontà del funzionamento”. Ovvero, per gli apparati tecnici tutto ciò che si può fare, si deve fare. Senza limiti, senza limitazioni. In una forma pressoché automatica di auto-riproduzione dell’organizzazione tecnica – e capitalistica.
L’impossibilità di compromesso tra capitale/tecnica e democrazia
Ed essendo per sua essenza ad accrescimento illimitato e quindi rifiutando a priori ogni limite al proprio accrescimento – ed essendo invece la democrazia ciò che può e deve porre dei limiti al potere, anche di se stessa, altrimenti non è democrazia – è evidente il conflitto radicale tra tecno-capitalismo e democrazia. Un compromesso è quindi impossibile, come è appunto difficilissimo pensare di democratizzare la tecnica e il capitalismo. Dei due, l’uno o l’altro.
Che fare per impedire a degli psicopatici e al tecno-fascismo di prendersi il mondo e uccidere la libertà e la democrazia – perché questo è ciò che stanno pianificando e realizzando? Utile è riflettere su questo pensiero attribuito al teologo luterano Dietrich Bonhoeffer (1906-1945, ucciso nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg): “Di fronte a un pazzo alla guida di una macchina, non bisogna limitarsi a curare chi viene investito, ma impedire al pazzo di guidare”.
Bibliografia
Anders G., “L’uomo è antiquato” I e II, Bollati Boringhieri, Torino 2003
Blakeley G., “Capitalismo avvoltoio”, il Saggiatore, Milano 2024
Demichelis L, “La società-fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering”, Luiss University Press, Roma, 2023
Demichelis L., “Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo: l’eclissi della democrazia e della giustizia sociale”- https://www.economiaepolitica.it/2019-anno-11-n-18-sem-2/ordo-liberalismo-e-ordo-macchinismo-leclissi-della-democrazia-e-della-giustizia-sociale/
Galimberti U. “Nietzsche e il nuovo inizio”, Feltrinelli, Milano, 2022
Heidegger M,, “Saggi e discorsi”, Mursia, Milano, 1985
Horkheimer M., “La nostalgia del totalmente altro”, Queriniana, Brescia, 2008
Ippolita, “La Rete è libera e democratica. Falso!”, Laterza, Roma-Bari, 2014
Ippolita, “Tecnologie del dominio”, Meltemi, Milano, 2017
Jünger F.G., “La perfezione della tecnica”, Settimo Sigillo, Roma 2000
Nozick R., “Anarchia, stato, utopia”, il Saggiatore, Milano, 2008