Tim sotto il controllo di Poste, e quindi di nuovo italiana, è un primo segnale di una nuova era, rilevante per il nostro mercato e il Paese.
Dopo la prima fase di ingresso di Poste Italiane nel capitale di TIM e la conferma dell’interesse di Vivendi di ridurre significativamente la propria quota azionaria, il 29 marzo 2025 è stata annunciata l’acquisizione da Vivendi di azioni ordinarie di Telecom Italia S.p.A. (“TIM”) corrispondenti al 15,00% del totale delle azioni ordinarie e al 10,77% del capitale sociale di TIM. Del resto, nell’ultimo periodo il titolo TIM si stava progressivamente apprezzando, chiaro segnale di un’operazione in corso di concretizzazione.
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L’ingresso di Poste in Tim
Di fatto, al perfezionamento dell’operazione (previa approvazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, che non appare problematica), atteso entro il primo semestre del 2025, Poste Italiane – già azionista con il 9,81% delle azioni ordinarie acquisito da Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. lo scorso 15 febbraio – arriverà a detenere in TIM una partecipazione complessivamente pari al 24,81% delle azioni ordinarie e al 17,81% del capitale sociale, divenendone il maggiore azionista. In questo modo non viene superata la soglia del 25% che avrebbe comportato l’obbligo di un’offerta pubblica di acquisto sull’intero capitale.
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Titolo Tim
I numeri dell’operazione, Poste e Tim
Il valore dell’operazione è pari a 684 milioni di euro (0,2975 € per azione), una cifra sicuramente interessante per giocare un ruolo di primo piano all’interno del principale operatore di telecomunicazioni in Italia, ma un attore ormai rilevante anche nel mondo più ampio dell’ICT (Information and Communications Technology).
Poste Italiane dispone della più grande rete di distribuzione di servizi in Italia, con 12.800 Uffici Postali, circa 120 mila dipendenti, 593 miliardi di euro di attività finanziarie investite.
Le sue attività comprendono il recapito di corrispondenza e pacchi, i servizi finanziari e assicurativi, i sistemi di pagamento e la telefonia destinati a famiglie, aziende ed amministrazioni pubbliche. Nel 2024 i ricavi di gruppo sono saliti a 12,6 miliardi di euro (+5,0%), con un utile netto che supera i 2 miliardi. I ricavi dei servizi di corrispondenza, pacchi e distribuzione sono cresciuti del +2,6%, quelli dei servizi finanziari del +5,7%, quelli dei servizi assicurativi e Postepay, rispettivamente, del +4,7% e del +9,5%.
I ricavi del Gruppo TIM sono stati nel 2024 pari a circa 14,5 miliardi di euro (+3,1% rispetto al 2023), con un risultato netto dell’esercizio pari a -364 milioni di euro. La componente “domestic” (Italia) vale circa 10,1 miliardi di euro, rispetto ai 4,4 miliardi del Brasile. In Italia, il segmento “Consumer & SMB – Small Medium Business” rappresenta circa 63% del totale, contro il 37% del segmento Enterprise, che cresce però (“like for like”) del 6,5% rispetto al valore sostanzialmente stabile di Consumer & SMB.
A seguito dell’operazione di scorporo della rete di accesso fissa, al 31 dicembre 2024, il personale del Gruppo TIM era pari a circa 26.900 unità (di cui 17.630 in Italia), rispetto alle 41.180 unità del 2023 (di cui 37.670 in Italia).
La “ri”-nascita di un polo italiano?
Ad eccezione del Regno Unito, lo Stato mantiene un peso significativo nell’azionariato degli operatori storici nei principali Paesi europei, dal 10% in Spagna (ritornato primo azionista nel 2024. Altri investitori spagnoli detengono un ulteriore 15%), fino al 23% in Francia e il 28% in Germania. Per la cronaca, la cessione nel 2024 della quota del 2,2% in Deutsche Telekom ha portato allo Stato tedesco 2,5 miliardi di euro.
La storia di Telecom Italia, come quella degli altri operatori di telecomunicazioni del mondo, è costellata di numerosi tentativi di ampliamento del proprio campo di azione in settori adiacenti, dall’informatica ai media, per creare dei “poli ICT”, piuttosto che delle “media company” o altre forme di diversificazione.
Pietro Labriola, ad di Tim: Le nostre reti sono la base per un ecosistema digitale forte e competitivo. Investire in 5G, fibra e sicurezza non è solo una necessità, ma una straordinaria opportunità per sostenere la crescita economica e rafforzare il posizionamento dell’Europa nel mercato globale. Ma servono regole adeguate: un quadro normativo che incentivi innovazione, investimenti e consolidamento”
Perché senza infrastrutture solide e sostenibili, la transizione digitale rischia di restare un’idea sulla carta. Il punto è chiaro: non possiamo permettere che pochi giganti digitali sfruttino le reti senza contribuire alla crescita. La concorrenza è importante, ma deve andare di pari passo con la sostenibilità del settore”.
L’attuale fase di sviluppo, in particolare in Italia, è invece caratterizzata dall’orientamento verso un modello di società “multiservizi”, che ha caratterizzato l’evoluzione dei sistemi postali in tutta Europa e nel quale anche Poste Italiane ha ottenuto dei successi importanti, anche grazie alla sua capillare rete di uffici postali.
Dal punto di vista strategico, il comunicato di Poste Italiane recita che “l’operazione rappresenta un investimento di natura strategica, realizzato con l’obiettivo di svolgere un ruolo di azionista industriale di lungo periodo, che possa favorire la creazione di sinergie tra Poste Italiane e TIM”.
Tra le prime iniziative sinergiche, è in fase avanzata la negoziazione per la fornitura di servizi per l’accesso di Postepay all’infrastruttura di rete mobile di TIM a partire dal 1° gennaio 2026. Inoltre, sono in corso valutazioni finalizzate all’avvio di partnership industriali volte a valorizzare ulteriori possibili sinergie in tre aree: telefonia (PostPay ha circa 4,5 milioni di clienti secondo i dati AGCom), servizi ICT e contenuti media; servizi finanziari, assicurativi e pagamenti; energia.
Verso un nuovo consolidamento?
L’operazione di Poste Italiane ha una valenza strategica importante, ma non risolve l’endemico problema del consolidamento e della definitiva rivitalizzazione di un comparto che rimane strategico per supportare il processo di trasformazione digitale del Paese. Non è un caso che Tim stia lasciando ancora aperta la porta a un matrimonio con Iliad, facendo notare – nelle parole dell’ad Antonio Labriola – che quello con Poste non è un vero consolidamento. Iliad e non Poste ha una rete ed è un attore aggressivo nelle tariffe.
Del resto, anche nell’annuncio di Poste italiane si ricorda il contributo dell’operazione al consolidamento del mercato delle telecomunicazioni in Italia.
Il perimetro di un’ulteriore operazione sarà verosimilmente incentrato sulla componente consumer, che rimane il mercato in maggiore sofferenza. In particolare, Iliad ha più volte annunciato l’interesse per operazioni straordinarie. Senza dimenticare i possibili scenari legati al futuro dei due grandi operatori infrastrutturali: FiberCop e Open Fiber.
Il nodo frequenze
Infine, mentre prosegue il dibattito sul consolidamento del settore è importante ricordare l’impatto di medio-lungo periodo che avrà il rinnovo delle frequenze nel 2029. In Germania le frequenze 800 MHz, 1.800 MHz e 2.600 MHz sono state prorogate gratuitamente di cinque anni (2033), in cambio di un impegno per il miglioramento della copertura e una maggiore apertura ai concorrenti. Un segno dei tempi.
Il 2025 continuerà a fornire il suo contributo al chiarimento sul futuro assetto delle telecomunicazioni italiane.