Insegna qualcosa la storia dell’ennesimo avvocato vittima di ChatGpt, inventore di sentenze false.
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Chatgpt inventa sentenze in tribunale
Veniva promosso davanti al Tribunale delle Imprese di Firenze un ricorso d’urgenza –con successivo reclamo- da parte di un titolare di un sito web (che rappresentava in chiave satirica alcuni prodotti commerciali) il quale lamentava che le vignette di cui era l’autore fossero state usate senza permesso da un’azienda che produceva t-shirt, per poi essere successivamente distribuite per la vendita al dettaglio.
Tralasciate le questioni relative alla tutela della proprietà intellettuale, l’aspetto d’interesse riguarda l’eccezione proposta da reclamante nei confronti della controparte in quanto, nella comparsa di risposta, aveva indicato alcune sentenze totalmente inesistenti, ragion per cui, sempre il reclamante, chiedeva la condanna c.d. “aggravata” ai sensi dell’art. 96 c.p.c.
Il reclamato proponeva memoria difensiva in cui dava atto dell’inesistenza delle sentenze, pur tuttavia imputandole all’utilizzo non verificato di Chat GTP per la ricerca giurisprudenziale.
La decisione sul punto del Tribunale di Firenze
Con Ordinanza del 14/03/2025 resa nel proc. di reclamo n. 11053/2024 R.G., il Tribunale delle Imprese di Firenze ha ricostruito il fatto processuale dando atto che:
- Il difensore della società costituita dichiarava che le sentenze citate nell’atto sono state il frutto della ricerca effettuata da una sua collaboratrice mediante “ChatGPT”, circostanza non conosciuta da parte del difensore stesso;
- Il sistema di IA utilizzato avrebbe generato risultati errati, inventando di sana pianta i riferimenti giurisprudenziali (c.d. allucinazioni di intelligenza artificiale), anche a seguito di seconda interrogazione;
- Il sistema avrebbe generato numeri di sentenza della Suprema Corte riferibili alla componente soggettiva dell’acquisto di merce contraffatta, ma che, in realtà, non avevano nulla a che vedere con tale argomento;
- La reclamata, pur riconoscendo l’omesso controllo sui dati così ottenuti, ha chiesto lo stralcio di tali riferimenti, ritenendo già sufficientemente motivata la propria linea difensiva;
- Il reclamante, atteso il colpevole errore per non aver sufficientemente vigilato circa l’utilizzo di giurisprudenza inesistente, chiedeva la condanna della controparte ex art. 96 c.p.c. per avere tentato di influenzare i Giudici.
Il Tribunale ha, anzitutto, precisato che la linea difensiva dell’azienda reclamata fosse stata, ab origine, la medesima, ossia fondata sulla buona fede nell’acquisto dai fornitori di merce, poi rivelatasi contraffatta; pertanto, da questo punto di vista, l’indicazione di riferimenti giurisprudenziali non esistenti non poteva essere oggettivamente idonea ad influenzare il collegio.
Passando poi alla natura della condanna ex art. 96 c.p.c., i Giudici di merito hanno precisato che la stessa abbia natura extracontrattuale in quanto “«”richiede pur sempre la prova, incombente sulla parte istante, sia dell’an e sia del quantum debeatur, o comunque postula” che, pur essendo la liquidazione effettuabile di ufficio, tali elementi siano in concreto desumibili dagli atti di causa» (cfr. Cass., sez. L, sentenza n. 9080 del 15 aprile 2013) e, “«”pur recando in sé una necessaria indeterminatezza quanto agli effetti lesivi immediatamente discendenti dall’improvvida iniziativa giudiziale, impone, comunque, una, sia pur generica, allegazione della direzione dei supposti danni”»” (cfr. Cass., sez. II, sentenza n. 7620 del 26 marzo 2013).
Premesso il ciò, i Giudici fiorentini hanno ritenuto la domanda di condanna aggravata non degna di accoglimento in quanto il reclamante non avrebbe provato il danno subito dall’attività difensiva di controparte.
Oltretutto, nel caso in esame non è possibile applicare l’art. 96 co. 3 c.p.c.- che punisce il c.d. abuso del processo-, in quanto strettamente legato all’accertamento della mala fede o della colpa grave durante l’espletamento dell’attività difensiva.
La buona fede dell’avvocato conta per il tribunale
Il Tribunale, in buona sostanza, censura la difesa per l’omesso controllo, ma ravvisa una certa “buona fede” nel fatto di voler ulteriormente rafforzare la propria tesi difensiva, seppur mediante richiami totalmente inventati dall’IA.
Nello specifico, giudici così motivano sul punto:
«Ora, fermo restando il disvalore relativo all’omessa verifica dell’effettiva esistenza delle sentenze risultanti dall’interrogazione dell’IA, [LA RECLAMATA] sin dal primo grado ha fondato la sua propria strategia difensiva sull’assenza di malafede nell’aver commercializzato le magliette raffigurante le vignette di [RECLAMATO] elemento che poi si era già trovato nel decreto emesso inaudita altera parte e che ha trovato riscontro anche nella successiva ordinanza cautelare”.
“L’indicazione di estremi di legittimità nel giudizio di reclamo ad ulteriore conferma della linea difensiva già esposta dalla [RECLAMATA] si può quindi considerare diretta a rafforzare un apparato difensivo già noto e non invece finalizzata a resistere in giudizio in malafede, conseguendone la non applicabilità delle disposizioni di cui all’art. 96 c.p.c..”
I consigli
Il caso in esame conferma l’idea condivisa da molti commentatori che i sistemi di IA non siano per nulla maturi per poter gestire questioni di diritto, in quanto sembrerebbero più voler “compiacere” l’utente inventando sentenze o casistica.
Ne abbiamo già parlato chiedendo a ChatGTP di redigere una querela per diffamazione, con il risultato che il sistema aveva creato alcuni precedenti giurisprudenziali pur di adattarli al caso specifico.
Il consiglio è sempre quello di fare molta attenzione prima di affidare all’IA le sorti di un processo.
Fonti
Tribunale di Firenze – Sezione Imprese – Ordinanza del 14/03/2025 resa nel proc. n. 11053/2024 R.G.