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Tim-Poste, ora il settore ricostruisce sulle macerie: ma non basta



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L’operazione avrà certamente implicazioni significative sia sul piano industriale che su quello della concorrenza. In una fase di forte declino. Ma Il risvolto competitivo dell’operazione solleva interrogativi significativi. E la necessità di interventi regolatori

Pubblicato il 31 mar 2025

Sergio Boccadutri

CdA Fondazione Luigi Einaudi, consulente legale antiriciclaggio e pagamenti



tim poste

Di fatto una quasi rinazionalizzazione l’operazione che ha portato Poste a diventare il primo azionista di TIM, riportando il controllo della storica compagnia telefonica – che è ormai diversa da quella che era un tempo – sotto l’egida statale, quasi trent’anni dopo la sua privatizzazione.

Questa operazione Tim-Poste da 684 milioni di euro (che salgono a 850 milioni considerando anche il precedente concambio delle azioni di Nexi con CDP) non rappresenta solo una profonda modifica nell’assetto proprietario di una delle maggiori compagnie di telecomunicazioni del paese, ma si inserisce in un più ampio processo di ristrutturazione dell’intero mercato delle telecomunicazioni, consolidando un significativo ritorno della presenza pubblica in un settore strategico.

Tim-Poste: come siamo arrivati qui, il ruolo dello Stato

La riflessione di Davide Giacalone su X sintetizza con lucidità il paradosso storico che caratterizza questa operazione: “Lo Stato vende una multinazionale senza debiti nel 1997. Nel 1999 viene scalata senza che si faccia rispettare la legge. Da allora Telecom viene depredata. La rete Tim venduta agli americani di KKR. E ora Poste ricompra quel che resta. Riconquista delle macerie.”

Questa analisi – fortemente critica – sottolinea il percorso circolare che ha caratterizzato la parabola di Telecom Italia: da gioiello dell’industria pubblica italiana, privatizzata nel contesto delle grandi dismissioni degli anni ‘90, a oggetto di una scalata controversa guidata da Roberto Colaninno attraverso Olivetti nel 1999 – operazione che ha caricato l’azienda di un debito insostenibile – fino all’attuale frammentazione che vede la rete infrastrutturale separata dal servizio e un graduale ritorno sotto l’influenza statale di ciò che rimane della compagnia. La constatazione di Giacalone mette in luce non solo un fallimento delle strategie industriali, ma anche un deficit di vigilanza pubblica che ha consentito questo tipo di operazioni sul proprio patrimonio aziendale, trasformando un campione nazionale in un’entità indebolita e frammentata.

Che vuol dire per Poste l’accordo con Tim

Come riportato da molti commentatori, l’accordo formalizzato tra Poste Italiane e Vivendi prevede l’acquisizione da parte del gruppo guidato da Del Fante di una quota azionaria pari al 15% di TIM. Sommando questa partecipazione al 9,81% già detenuto da Cassa Depositi e Prestiti dallo scorso febbraio, la presenza complessiva riconducibile a Poste sale al 24,81%. Un risultato che posiziona Poste come primo azionista della compagnia telefonica, senza tuttavia superare la soglia del 25% che farebbe scattare l’obbligo di lanciare un’offerta pubblica d’acquisto.

Poste definisce l’operazione come strategica e punta a diventare un azionista industriale di lungo termine. L’obiettivo dichiarato è quello di valorizzare le possibili sinergie tra TIM e il gruppo, ma anche di promuovere — testualmente — “il consolidamento del mercato delle telecomunicazioni in Italia”. Un consolidamento che, almeno per ora, resta sulla carta: il numero di operatori mobili dotati di una propria infrastruttura, infatti, è ancora quattro.

Le implicazioni per servizi e concorrenza

L’operazione avrà certamente implicazioni significative sia sul piano industriale che su quello della concorrenza. Una delle prime iniziative concrete già in programma riguarda la fornitura, da parte di TIM, dei servizi di accesso alla rete mobile per PostePay a partire dal 1° gennaio 2026.

In parallelo, Poste ha fatto sapere che sono in corso valutazioni per avviare partnership industriali su più fronti. L’obiettivo è chiaro: sfruttare al massimo le potenzialità di integrazione tra due grandi gruppi attivi in mercati adiacenti.

Questa operazione segna un passo deciso nella direzione della convergenza tra settori diversi. Poste, del resto, è già attiva da tempo in aree che vanno ben oltre il core business postale. La strategia è quella di costruire un’offerta integrata, che combini servizi di comunicazione, finanza, energia e logistica, generando valore per azionisti e clienti.

Un approccio che non è isolato nel panorama europeo. Basti pensare, ad esempio, a WindTre, che ha esteso la propria attività anche alla vendita di energia sul mercato libero e a polizze assicurative (casa, sport, viaggi). In questo contesto, la mossa di Poste sembra andare nella stessa direzione: creare un ecosistema di servizi ampio e interconnesso, puntando su sinergie e convergenze per rafforzare la propria posizione sul mercato.

Gli interrogativi antitrust

Il risvolto competitivo dell’operazione solleva interrogativi significativi. Come sottolineato in un recente documento della Fondazione Bruno Leoni di Carlo Stagnaro, Poste gode di un vantaggio competitivo non replicabile dai concorrenti, in quanto dispone di una rete di vendita con oltre 20.000 sportelli operativi, ben superiore a qualsiasi altra rete commerciale in Italia. Questo vantaggio strutturale deriva non dal mercato ma dal suo ruolo di concessionario pubblico per il recapito della corrispondenza, che ora potrebbe essere sfruttato – ancora più di prima quando Poste agiva come operatore solo virtuale – anche nel settore delle telecomunicazioni, creando potenziali distorsioni competitive.

La preoccupazione è amplificata dal ruolo della politica che si è manifestato nella recente cancellazione di una norma che obbligava Poste a dare accesso alla propria infrastruttura ai concorrenti del settore energetico a pari condizioni. A preoccupare maggiormente è che l’intervento del legislatore sia avvenuto proprio mentre l’Antitrust aveva concluso un procedimento relativo agli squilibri concorrenziali nel settore dell’energia, nel quale aveva riscontrato condotte potenzialmente lesive della concorrenza.

Infine, la ritirata di Vivendi è l’ultimo capitolo di un processo iniziato nel processo iniziato nel 2018, quando Cassa Depositi e Prestiti entrò nel capitale di TIM fino ad arrivare al 10% delle azioni. La traiettoria è proseguita con lo scorporo della rete fissa di TIM, conferita ad una nuova società, Fibercop, partecipata dal fondo KKR insieme al Tesoro, F2i e altri investitori istituzionali stranieri.

Quest’ultima operazione, si inserisce in un quadro più ampio di ridisegnare un settore ritenuto strategico, quello delle infrastrutture fisse di comunicazione. Vivendi si è sempre opposta alla cessione della rete fissa, ma oggi alza bandiera bianca, ha dovuto prendere atto che l’operazione avviata un anno fa rappresenta il tassello chiave di una strategia più ampia: il rafforzamento del consolidamento infrastrutturale in un’unica rete fissa, interamente wholesale.

Una riconfigurazione del settore in un contesto di declino strutturale

Il mercato delle telecomunicazioni italiano sta attraversando una fase di profonda trasformazione e consolidamento, che potrebbe forse invertire il contesto di declino strutturale delle marginalità. Recentemente si è conclusa l’acquisizione di Vodafone Italia da parte di Fastweb, mentre Iliad, quarto operatore nel mobile, non ritiene ancora esclusa una operazione con TIM.

Operazione, quest’ultima, che ridurrebbe gli operatori del mobile da quattro a tre. Con un effetto immediato sui consumatori, in termini di riduzione della convenienza delle offerte, ma che apporterebbe maggiori ritorni per le compagnie che tornerebbero ad avere risorse per investire nell’evoluzione dei servizi, spostandosi da una concorrenza puramente statica basata sui prezzi, ad una dinamica basata anche sulla capacità di offrire nuovi e innovativi servizi: con effetti per i consumatori che potrebbero essere anche superiori a quelli generati dalla guerra dei prezzi.

La corsa al ribasso delle tariffe telefoniche ha portato in Italia il costo di 1 Giga di dati mobili a soli nove centesimi. Una dinamica che, in tredici anni, ha eroso circa 15 miliardi di euro di ricavi per le compagnie telefoniche italiane.

Per giustificare la necessità di un consolidamento nel mercato mobile si cita spesso il confronto con realtà come gli Stati Uniti o il Giappone. Un paragone che ha una sua logica, ma che non regge del tutto.

Gli ostacoli sono le regole

Come evidenzia il Rapporto Draghi sulla competitività europea i veri ostacoli al consolidamento non risiedono solo nella regolazione ex ante a livello nazionale, che andrebbe ridotta a favore di un approccio ex post, intervenendo solo in caso di abusi di posizione dominante. La proposta centrale è un’altra: armonizzare le regole e i processi di assegnazione delle frequenze a livello europeo. Solo con un sistema condiviso di licenze per lo spettro si potrà davvero favorire un consolidamento europeo del settore telco, e far nascere operatori in grado di competere su scala globale. Solo così potremmo assistere anche in Europa ad un consolidamento come nei mercati dove gli operatori si contano sulle dita di una mano.

Un altro aspetto cruciale riguarda la futura governance di TIM. L’assemblea per l’approvazione del bilancio di TIM è in calendario per il 24 giugno, e le eventuali dimissioni degli attuali consiglieri potrebbero consentire la convocazione di un’assemblea straordinaria anche prima. Infatti, Poste potrebbe spingere per entrare con propri rappresentanti nel Cda di Tim, al fine di segnare una discontinuità con la precedente situazione caratterizzata da una forte presenza di investitori istituzionali esteri, che detengono ancora circa il 40% del capitale.

Un nuovo capitolo per le telco italiane, ma non solo

L’ingresso di Poste Italiane in TIM in qualità di primo azionista segna una svolta significativa — e potenzialmente problematica — nella storia delle telecomunicazioni italiane. A quasi trent’anni dalla privatizzazione del 1997, l’ex monopolista torna sotto il controllo di soggetti pubblici, in un’operazione che segna il ritorno dello Stato in una posizione dominante nel settore.

Il contesto non potrebbe essere più complesso: il mercato è sotto pressione, i margini sono ridotti all’osso e servono investimenti massicci per l’ammodernamento delle reti. Tuttavia, l’obiettivo di garantire infrastrutture moderne e accessibili non può giustificare la creazione di un “campione nazionale” protetto, capace di imporsi sui mercati grazie al supporto pubblico più che alla competitività effettiva.

Come ha osservato amaramente Giacalone, siamo di fronte a una sorta di “riconquista delle macerie” — il ritorno pubblico in un settore privatizzato male, che nel corso degli anni ha distrutto valore invece di crearne. Ma il rischio oggi non è solo di tipo economico: si profila la nascita di un conglomerato statale attivo contemporaneamente nelle telecomunicazioni, nei servizi finanziari, nei pagamenti, nell’energia e nell’assicurativo. Un’entità di questo tipo, sostenuta da risorse pubbliche e potenzialmente avvantaggiata da scelte normative favorevoli, rischia di minare alle fondamenta la concorrenza in più settori.

È proprio in situazioni come questa che il ruolo dell’antitrust diventa centrale. Serve un’azione vigile e indipendente per impedire che il peso dello Stato si traduca in rendite di posizione, barriere all’ingresso e svantaggi sistemici per gli operatori privati. La concorrenza non è un ostacolo allo sviluppo, ma la condizione necessaria perché innovazione, qualità e convenienza continuino a esistere sul mercato.

Di fronte a questo scenario, il legislatore ha una responsabilità precisa: evitare scorciatoie normative, deroghe o eccezioni che finiscano per cristallizzare posizioni dominanti, anche se formalmente legittimate da ambizioni industriali o da richiami alla “sovranità tecnologica”. L’interesse generale non coincide con l’intervento diretto dello Stato, ma con la garanzia di un mercato aperto, contendibile e ben regolato.

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