Mentre governi e diplomazie si scambiano annunci su dazi, licenze all’export e vertici bilaterali, la parte più interessante della rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina si scrive altrove: nei verbali di un tribunale di Keelung, in una villa vicino ai Giardini Botanici di Singapore finita sotto sequestro, in un magazzino del Sud-Est asiatico dove dei server fasulli sono stati rietichettati con l’aiuto di un asciugacapelli. Negli ultimi mesi una sequenza di inchieste giudiziarie, dagli Stati Uniti a Taiwan fino a Singapore e alla Malesia, ha spostato il vero collo di bottiglia della guerra dei chip dal silicio alle persone disposte a firmare un documento falso pur di farlo passare: manager, broker e dipendenti compiacenti che compongono, caso dopo caso, la stessa filiera criminale organizzata.
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Un manager Nvidia alla sbarra: il caso di Keelung
Proprio di recente molti media hanno ricostruito una vicenda piuttosto indicativa: il 24 agosto 2026, un lunedì, la Procura distrettuale di Keelung rinvia a giudizio nove persone per l’esportazione illegale verso la Cina di server per intelligenza artificiale. Tra gli imputati comparirebbe, probabilmente per la prima volta nella storia giudiziaria di Taiwan, un dirigente della sede locale di Nvidia: un distribution manager di cognome Chang, che i pubblici ministeri considerano la figura chiave dello schema e per cui hanno chiesto la pena massima di cinque anni. Accanto a lui siedono due manager delle vendite della filiale taiwanese di Supermicro, l’amministratore delegato del distributore Albatron Technology, il responsabile di un data center che avrebbe dovuto ospitare la merce, il titolare di una società di sdoganamento e i vertici di due trading company coinvolte nella rivendita.
La ricostruzione dei pubblici ministeri, ripresa dall’agenzia taiwanese Focus Taiwan e da un’inchiesta di Digitimes, descrive uno schema in cinque passaggi che vale la pena seguire nel dettaglio, perché è quasi un caso di scuola. I server B300 di Supermicro, equipaggiati con le GPU Nvidia di ultima generazione, si vendono solo ad acquirenti inseriti in una whitelist e previa documentazione sull’utilizzatore finale; sopra gli otto pezzi per ordine scatta un’ispezione in loco condotta da personale di entrambe le aziende. Nel febbraio 2025, secondo l’accusa, due soci della società di commercio Flying Tiger Technology ottengono l’accesso alla whitelist e piazzano, attraverso il distributore Albatron, un ordine da 130 unità B300, dichiarando che sarebbero state installate in un data center gestito da Chief Telecom. Sul posto, però, Flying Tiger avrebbe esibito solo un preventivo di locazione, mai un contratto firmato; un’ispezione condotta nel settembre 2025 avrebbe trovato un sito privo della potenza elettrica e della larghezza di banda necessarie a ospitare 130 server B300. Fu proprio Chang, secondo l’accusa, a comunicare alla sede centrale di Nvidia che la verifica era stata completata con successo.
Da lì in poi la vicenda diventa logistica pura. Dei 130 server, secondo l’accusa 74 sarebbero usciti da Taiwan: sedici spediti direttamente in Cina nel gennaio 2026, cinquanta fatti transitare per l’Indonesia, otto instradati attraverso il Giappone e Hong Kong. Gli altri cinquantasei sono stati intercettati alla frontiera dopo che la dogana giapponese, insospettita, ha preteso un permesso speciale per beni ad alta tecnologia strategica: per ottenerlo, sostiene l’accusa, gli imputati avrebbero costruito un sito web falso di Supermicro, assemblato incollando insieme pagine autentiche del sito reale. Se confermato, sarebbe un dettaglio capace di dire più di molte analisi geopolitiche: nella sua fase più delicata, il contrabbando di chip mette in scena, con gli strumenti della grafica pubblicitaria, la stessa legittimità che dovrebbe negargli il passaggio.
Il copione che si ripete: certificati falsi e ispezioni recitate
Il caso di Keelung non è un episodio isolato, ma la versione più recente di un copione che si ripete quasi identico da una giurisdizione all’altra. Il 19 marzo 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha reso pubblico, presso il tribunale federale di Manhattan, un atto d’accusa contro Yih-Shyan “Wally” Liaw, cofondatore e membro del consiglio di amministrazione di Supermicro, insieme al general manager dell’ufficio taiwanese Ruei-Tsang Chang e al broker Ting-Wei Sun. Secondo l’accusa, tra il 2024 e il 2025 il terzetto avrebbe fatto piazzare ordini per circa 2,5 miliardi di dollari di server tramite una società con sede nel Sud-Est asiatico, indicata negli atti giudiziari solo come “Company-1”, che si sarebbe poi occupata di rispedire l’hardware verso la Cina attraverso una rete di broker terzi. Solo tra la fine di aprile e la metà di maggio 2025, sostiene il Dipartimento di Giustizia, almeno 510 milioni di dollari di quei server sono effettivamente arrivati a destinazione.
Ciò che rende il caso Supermicro un punto di riferimento, più ancora delle cifre, è la messa in scena. Per superare un audit di conformità dell’agosto 2025 e una successiva ispezione del Dipartimento del Commercio, gli imputati avrebbero allestito in un magazzino affittato da Company-1 migliaia di server “fantasma”: repliche fisiche, non funzionanti, degli apparecchi realmente venduti, i cui scatoloni originali erano già partiti per la Cina. Le telecamere di sorveglianza del sito, secondo l’atto d’accusa, hanno ripreso due degli imputati mentre staccavano etichette e adesivi con i numeri di serie dagli imballaggi autentici per riattaccarli su quelli finti. Sembrerebbe, secondo le ricostruzioni più attente ai dettagli curiosi, con l’aiuto di un asciugacapelli. Sarebbe un’immagine quasi comica, se non fosse che descrive con precisione da manuale come funziona oggi l’elusione dei controlli sull’export: un meccanismo che fornisce all’ispezione esattamente ciò che si aspetta di trovare, piuttosto che tentare di aggirarla.
Un secondo procedimento di cui la stampa ha parlato, aperto pochi giorni dopo nel distretto nord della Georgia, mostrerebbe la stessa logica applicata su scala più artigianale. Stanley Yi Zheng, cittadino di Hong Kong, e i due americani Matthew Kelly e Tommy English avrebbero tentato, a partire dal 2023, di far figurare una società thailandese come acquirente di 750 server (per un valore di circa 170 milioni di dollari, seicento dei quali equipaggiati con chip sottoposti a licenza), salvo poi indirizzarli verso clienti cinesi. Gli atti giudiziari riportano gli scambi del gruppo su una chat WhatsApp che i tre avevano battezzato, senza troppa fantasia, “GPU Partnership”: vi si discute del valore di mercato dei chip in Cina, della necessità di reclutare altri “partner”, e della raccomandazione esplicita di Zheng a non nominare mai la Cina per iscritto, perché un messaggio scritto, a differenza di una conversazione a voce, può diventare una prova. Fu il fornitore californiano, verificando l’ordine, ad accorgersi che la società di Zheng aveva sede in Cina e che nessuno della presunta azienda thailandese compariva in copia alle email: bastò questo, in quel caso, a far saltare l’operazione.
Singapore: una villa da oltre 40 milioni vicino ai Giardini Botanici
Se il caso Supermicro racconta la scala industriale del fenomeno, quello che si è materializzato quest’estate a Singapore ne racconta la componente più umana, fatta di conti correnti, immobili di lusso e imputati con nome e cognome. La vicenda nasce da un’inchiesta più risalente: già a febbraio 2025 la polizia di Singapore aveva incriminato per frode l’amministratore delegato del gruppo Aperia, Alan Wei Zhaolun, il responsabile vendite Aaron Woon e il cittadino cinese Li Ming, accusati di aver dichiarato il falso, tra il novembre 2023 e il febbraio 2025, sull’utilizzatore finale di server Dell, Supermicro e Asus in realtà destinati altrove. L’inchiesta, all’epoca, si intrecciava con i sospetti, mai confermati, che la cinese DeepSeek avesse usato intermediari a Singapore per procurarsi chip Nvidia aggirando l’embargo.
Il primo luglio 2026 la vicenda ha avuto una svolta patrimoniale che ha fatto notizia ben oltre le pagine di cronaca giudiziaria. La polizia di Singapore ha posto sotto sequestro una Good Class Bungalow, la categoria abitativa più esclusiva della città-Stato, in un vialetto a due passi dai Giardini Botanici, del valore di oltre 40 milioni di dollari, di cui almeno due terzi, secondo l’accusa, pagati con proventi di reato. Il 6 luglio Wei si è dichiarato non colpevole di undici capi d’imputazione tra frode e riciclaggio; insieme a lui, per la prima volta in un’inchiesta di questo tipo secondo la polizia singaporiana, sono state incriminate anche quattro società del gruppo, tra cui quella dal nome quasi ironico di Luxuriate Your Life.
C’è qualcosa di istruttivo in quella villa sequestrata. Il contrabbando di chip, ai suoi livelli più alti, si è rivelato un business capace di generare in pochi anni la liquidità per comprare un immobile da 42 milioni di dollari a due passi da un giardino botanico, ben lontano dall’immagine di un traffico di frontiera gestito da corrieri improvvisati. Ed è la stessa distanza sociale, del resto, che separa il dirigente Nvidia di Keelung dal broker di Atlanta con la sua chat “GPU Partnership”: livelli diversi della stessa filiera, remunerati in proporzione al rischio e alla posizione che occupano.
Il contrabbando che non attraversa confini: il caso Megaspeed
C’è poi una terza famiglia di casi che sposta il problema su un piano ancora diverso, e più insidioso, perché non richiede che un solo chip attraversi fisicamente una frontiera. È la vicenda di Megaspeed, società di cloud computing con sede a Singapore, nata dalla costola di un’azienda cinese di videogiochi e diventata in pochi anni, secondo le ricostruzioni di Bloomberg e New York Times, il più grande acquirente di GPU Nvidia nel Sud-Est asiatico. Attraverso una controllata malese, Megaspeed avrebbe importato chip Nvidia per un valore stimato vicino ai 2 miliardi di dollari, destinati a data center in Malesia e Indonesia. Il problema, secondo le autorità statunitensi e la polizia di Singapore, che ha aperto un proprio filone d’indagine parallelo, è la discrepanza tra la potenza dichiarata di quei data center e il volume di chip effettivamente importati: un divario che fa sospettare come parte della capacità di calcolo, pur restando fisicamente in Malesia o Indonesia, venisse messa a disposizione da remoto di clienti cinesi. Qui il chip può restare fermo dov’è: a varcare il confine, di fatto, è soltanto la sua ombra, la potenza di calcolo che genera e che un cliente può affittare a distanza, un ciclo macchina alla volta.
Nvidia ha dichiarato di non aver trovato prove di deviazione nelle proprie ispezioni a campione, e ha promesso ulteriori controlli. Il mercato, però, ha reagito prima che le indagini si concludessero: in aprile 2026 Bridge Data Centres, la controllata di Bain Capital che gestiva il principale sito malese usato da Megaspeed, ha interrotto il rapporto, sostituendola con il fornitore cloud Zenlayer. È anche per casi come questo che il Congresso americano, il 12 gennaio 2026, ha approvato alla Camera con 369 voti a favore e 22 contrari il Remote Access Security Act, un disegno di legge volto a equiparare l’affitto da remoto di potenza di calcolo a una vera e propria esportazione, soggetta alle stesse licenze: fino a quel momento, noleggiare capacità di calcolo ospitata all’estero non rientrava, tecnicamente, nella definizione di esportazione.
Quanto è grande, davvero, questo mercato sommerso
Fin qui, singoli casi giudiziari. Ma quanto pesa, nel complesso, questo mercato sommerso? Una risposta rigorosa è arrivata il 29 aprile 2026 da Epoch AI, centro di ricerca indipendente che studia le traiettorie dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Incrociando dati di atti giudiziari e inchieste giornalistiche, la ricercatrice Isabel Juniewicz stima che tra 290.000 e 1,6 milioni di “H100 equivalenti”, l’unità di misura standard della potenza di calcolo Nvidia, siano stati contrabbandati in Cina entro la fine del 2025, con una stima mediana di 660.000: una cifra pari a circa un terzo dell’intera capacità di calcolo cinese, e al 3% dello stock mondiale, paragonabile a quanto possedeva l’intero laboratorio americano xAI nello stesso periodo. Solo i casi già emersi in tribunali e inchieste giornalistiche, sommati tra loro, valgono quasi 300.000 H100 equivalenti: un quarto di tutto il calcolo che la Cina ha acquisito per vie legali o produzione domestica.
Il 5 giugno 2026 la dogana dell’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur ha intercettato, nella zona franca, 72 server diretti verso un altro Paese asiatico, per un valore di quasi 13 milioni di dollari: un episodio minore se paragonato ai 2,5 miliardi di Supermicro, ma che la Malesia, diventata negli ultimi due anni un polo regionale per i data center dell’intelligenza artificiale, ha reso pubblico proprio per segnalare l’introduzione di permessi commerciali più stringenti sul transito dei chip.
Una legge insegue, il mercato corre più veloce
Di fronte a numeri così sproporzionati, il Congresso americano ha provato a intervenire sul lato tecnico del problema. Il Chip Security Act, proposta di legge presentata nel maggio 2025 dal deputato repubblicano Bill Huizenga in risposta diretta a un rapporto della Camera sul caso DeepSeek, punta a imporre ai produttori di chip meccanismi di verifica della posizione geografica: generalizzando molto, potrebbe sembrare una sorta di localizzazione satellitare incorporata nel silicio stesso, capace di segnalare se un acceleratore per intelligenza artificiale finisce fuori dal perimetro autorizzato. La settimana successiva alla notizia dell’incriminazione di Wally Liaw, il 26 marzo 2026, la commissione Esteri della Camera lo ha approvato all’unanimità, 42 voti a zero. Da allora, però, il testo aspetta ancora un voto dell’Aula.
Nel frattempo, sul fronte opposto, l’amministrazione Trump ha aperto uno spiraglio legale che complica ulteriormente il quadro. L’8 dicembre 2025 la Casa Bianca ha annunciato che avrebbe consentito la vendita in Cina degli H200, il modello di GPU Nvidia immediatamente precedente all’attuale generazione Blackwell, dietro versamento al Tesoro americano del 25% dei ricavi e una serie di condizioni di sicurezza; il Dipartimento del Commercio ha formalizzato la misura il 15 gennaio 2026. Mentre la via legale procedeva però a ritmo lento, la generazione più recente e ancora del tutto proibita, i Blackwell B300 al centro del caso di Keelung, restava l’oggetto più ricercato del mercato clandestino: un dettaglio che riassume, meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale, il disallineamento tra i tempi della politica e quelli del contrabbando.
Conclusione: la vera mappa della guerra tecnologica
Osservata dai vertici bilaterali e dalle conferenze stampa, la guerra dei chip tra Stati Uniti e Cina somiglia a uno scontro tra cancellerie, giocato su tariffe e liste di sanzioni. Osservata dai fascicoli aperti tra marzo e agosto 2026 a Manhattan, ad Atlanta, a Keelung e a Singapore, la stessa guerra assume tutt’altra forma: quella di un’economia sommersa con una propria specializzazione dei ruoli, dal dirigente che firma una verifica compiacente al broker che costruisce un sito web falso, dal responsabile export che chiude un occhio al contabile che ripulisce i proventi in un immobile di lusso.
Colpisce, in tutti questi casi, quanto poco ci sia di tecnologico nel punto di rottura. Gli inquirenti hanno ricostruito gli schemi seguendo email, bonifici, contratti di locazione mai firmati, fotografie di server finti scattate da telecamere di sorveglianza: il sistema dei controlli sull’export, pensato per governare oggetti fisici in transito tra confini fisici, si è trovato a fare i conti con la materia prima di ogni economia illegale, la fiducia tra le persone, e il prezzo a cui questa fiducia può essere comprata o tradita.
Forse è proprio questa la misura più onesta di quanto valgano oggi questi pezzi di silicio: la quantità di persone comuni, in uffici di Taipei, Singapore e Atlanta, disposte a rischiare anni di carcere per farli arrivare dove non dovrebbero, più di qualsiasi proiezione sul prodotto interno lordo o indice di borsa. La geografia nascosta della guerra tecnologica viene tracciata, ordine dopo ordine, dalle persone che i trattati dovrebbero fermare, molto più che dai trattati stessi.
























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