Nutrizione 5.0

Le modifiche del Nutriscore: i pericoli per consumatori e mercato



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La società francese che gestisce il Nutriscore ha comunicato che l’algoritmo è in fase di aggiornamento. Obiettivo: migliorarlo nella classificazione degli alimenti. Una notizia che andrebbe accolta con favore, se non fosse viziata da una contraddizione concettuale, oltre che dal rischio di creare una pericolosa confusione

Pubblicato il 20 dic 2023

Antonio Picasso

Direttore Competere.Eu – Policies for Stustainable Development



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Del Nutriscore non si smette mai di parlare. Almeno tra gli addetti ai lavori. Motivo: la sua vulnerabilità. Sia come valido strumento di informazione per il consumatore, poggiante su confutabili dati scientifici, sia come sistema di etichettatura, che alcuni gruppi di interesse vorrebbero vedere applicato come obbligatorio su tutti i prodotti alimentari venduti in Europa.

Cos’è il Nutriscore

Per completezza didascalica, ricordo di che si tratta. Il Nutriscore è appunto un’etichetta a semaforo che, sulla base di un algoritmo, calcola le informazioni nutritive per 100 g di cibo e 100 ml di bevande, per assegnarne poi una classificazione, che va dalla A-verde, alimento a basso contenuto di energia, zucchero, acidi grassi saturi e sodio, fino a D-rosso, pericoloso per la salute.

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Rientra nell’identità di un algoritmo il fatto di modificarsi via via che acquisisce informazioni. E sta anche nell’approccio scientifico l’eventualità che una tesi ritenuta valida prima, venga confutata da una successiva. Il procedere empirico del sapere permette di dimostrare come errato ciò che si credeva corretto. Questi presupposti, però, vengono messi a dura prova dall’etica. Ovvero, fuori da un laboratorio, quali sono le conseguenze della confutazione di un postulato scientifico applicato alla vita reale?

Per essere chiaro, mi permetto di fare un confronto con il mondo della giurisprudenza. Il diritto non è una scienza esatta. E proprio per questo può avere ripercussioni anche drammatiche sulla vita di una persona. Pensiamo, per esempio, a una sentenza sbagliata, per quanto emessa in bona fide. La condanna all’ergastolo di un innocente – come anche l’assoluzione di un colpevole – è un fatto grave.

Il problema, per tornare al tema di questo intervento, è che, appunto fino a poco tempo fa, il Nutriscore è stato presentato come un saldo e inoppugnabile faro di riferimento nella scienza nutrizionale moderna. Un metodo pratico, a disposizione del consumatore, affinché sarebbe stato in grado di capire quale sia un alimento buono e quale uno cattivo. La sua modifica porta a una relatività della scienza, irricevibile, sia in termini concettuali sia pratici.

Ridimensionamento delle classificazioni del Nutriscore: cause e conseguenze

Il ridimensionamento da A a C e da C a D di molti prodotti induce a pensare a una loro classificazione finora errata. Possibile che alcuni prodotti siano stati indicati come adatti per un consumo senza limiti (A-verde), per essere oggi valutati come appena passabili (C-giallo). Sulla base di quale analisi di era giunti alla A? Attenzione! Non si sta parlando di calcolo matematico, bensì di studi chimici applicati alla nutrizione. E, sempre in quest’ottica, con quale criterio si è stabilito il nuovo giudizio C? Perché prima nessuno si è reso conto che un alimento al tempo ritenuto salutare oggi è risultato dannoso?

Gli effetti del cambiamento del Nutriscore sul consumatore

Sulla base di queste domande, immaginiamoci le reazioni del consumatore. Sicuro del contributo tecnico-scientifico nell’acquistare prodotti adeguati alla sua salute, oggi si trova a dover rinunciarvi perché improvvisamente sono stati bollati. “Quindi finora mi avete fatto mangiare cose che fanno male?” Una domanda che ha tutta la sua ragion d’essere.

Assegnando A-verde a prodotti particolarmente calorici o con un alto contenuto di “nutrients of concern”, il Nutriscore ha fatto male alla salute dei consumatori, inducendoli a una scarsa moderazione.

Impatto del cambio di classificazione del Nutriscore sulle aziende

La medesima confusione è immaginabile in termini di mercato. Per adeguarsi a un Nutriscore A-verde, spesso le imprese hanno investito in ricerca e sviluppo. Destinare risorse al consolidamento di un mercato è certamente strategico. Se però poi non si è costretti a tornare sui propri passi e vedersi assegnare alla stessa ricetta un Nutriscore C-giallo, rendendo vani tutti gli sforzi. Pensiamo a quante Pmi dell’agrifood – anche francesi! – si sono impegnate nel definire una nuova identità affinché fosse coerente con il Nutriscore.

Nel caso imprenditoriale però, il paradosso è ancora più complesso. Date le tempistiche di applicazione del nuovo Nutriscore infatti, non c’è legge che vieti la coesistenza sui banchi della grande distribuzione dello stesso prodotto, ma con etichettatura differente. Questo ai danni del consumatore, ma soprattutto della libera concorrenza.

Nutrizione 5.0 e l’evoluzione della tecnologia alimentare

Il 2023 verrà ricordato come l’anno dell’Intelligenza artificiale. Non tanto perché prima non esistesse, quanto per aver finalmente infranto le barriere della tecnologia a portata dell’individuo.

Fino a non pochi mesi fa, la tecnologia più avanzata era monopolio delle imprese. Blockchain, esoscheletri impiegati nei processi produttivi, sistemi di Ai in sostituzione delle mansioni meno tollerabili per il lavoro umano. Di tutto questo la vita quotidiana ne aveva una percezione solo superficiale.

Oggi, grazie a ChatGpt e ai Pin – i sofisticati device progettati per interagire con l’AI e non con le app – la persona comune ha tutte le possibilità per rendere tecnologica la propria quotidianità. Se in questo scenario, si tiene anche conto dei dispositivi della domotica, si capisce come nutrizione e alimentazione diventino una prateria tutta da scoprire. E conquistare.

Conclusioni

Ora, che senso ha un algoritmo – generalizzato e instabile, peraltro sempre meno “di moda” presso la società europea, visto che la maggior parte degli Stati membri ne ha espresso la contrarietà – di fronte all’avveniristica capacità di riconoscere il cibo posto davanti alla fotocamera per ottenere, in tempo reale, le relative informazioni nutrizionali adeguate alla singola persona?

Sarà una banalità, ma la sfida del futuro non è rimetterci nelle mani della tecnologia a tutti i costi, bensì approfittare della tecnologia perché la nostra qualità della vita sia davvero migliore. È per questo che si chiama “intelligenza” artificiale.

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