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Pastorella: “La spaccatura in Agcom rivela i nodi irrisolti di Piracy Shield”



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Piracy Shield, nato per contrastare lo streaming illegale, mostra criticità operative irrisolte. Nonostante i problemi evidenziati, Agcom estende i poteri del sistema creando una spaccatura interna. Si rischiano maggiori danni collaterali senza adeguate tutele per gli utenti

Pubblicato il 26 feb 2025

Giulia Pastorella

Deputata della Repubblica italiana, vicepresidente di Azione e Consigliera comunale a Milano



pirateria (1)

Piracy Shield è di nuovo sulla bocca di tutti e divide Agcom, che si è spaccata sulle recenti novità annunciate dal Commissario Capitanio.

Origini di Piracy Shield: nascita e problemi del sistema antipirateria

Il sistema Piracy Shield nasce oltre un anno fa come misura di emergenza per contrastare la pirateria online e, in particolare, lo streaming illegale di eventi in diretta.

Questo sistema, che pure è nato con un intento nobile, ha mostrato fin da subito diverse criticità operative. Il processo di segnalazione dei contenuti illegali, demandato a dei segnalatori accreditati (i detentori del diritto d’autore, in sostanza) è una rete a maglie larghe che spesso finisce per colpire provider e utenti i cui sistemi sono solo parzialmente utilizzati da (o condivisi con) pirati digitali, causando anche grossi danni collaterali, come la messa offline di Google Drive per mezza giornata. Infatti, il sistema da sempre manca di meccanismi di notifica tempestivi e di procedure di ricorso strutturate che aiutino gli utenti innocenti che si trovano coinvolti in una misura cautelare.

Insistenza di Agcom e Piracy Shield 2.0: l’espansione nonostante le criticità

Le polemiche, però, non sembrano aver minimamente intaccato la strada imboccata dall’Authority, che ha sempre minimizzato i grossi disguidi e rispedito al mittente ogni critica, arrivando addirittura a ribaltare sui provider e gli utenti l’onere di dimostrare la propria estraneità agli atti di pirateria. Come disse il Ministro Urso, durante una mia interrogazione in Parlamento:

“Gli eventuali disservizi si limiteranno quanto più gli operatori della comunicazione contribuiranno a inserire nella white list i servizi legittimi per evitare che vengano erroneamente colpiti”.

Ed è su queste basi che la settimana scorsa il Commissario Capitanio ha annunciato una modifica del regolamento antipirateria per introdurre Piracy Shield 2.0, una nuova piattaforma, più potente e capace di colpire un numero maggiore di siti internet, il cui ambito di efficacia verrà esteso anche a contenuti diversi da quelli sportivi.

Limiti tecnici e nuovi poteri: cosa prevede Piracy Shield 2.0

Un intervento che si è reso necessario non solo per aumentare la portata dello strumento, ma soprattutto per risolvere un problema ormai diventato indifferibile: la prima versione del Piracy Shield sembra essere arrivata a saturazione. Gli accordi tra Agcom e Internet service provider prevedono, infatti, che la piattaforma possa bloccare non più di 18 mila FQDN e 14 mila indirizzi IP per evitare di ingolfare le infrastrutture di rete. Serve quindi il potere di sblocco, che al momento non ha nessuno, se non Agcom tramite delibera dopo l’apertura di un ricorso da parte degli interessati.

Secondo quanto annunciato da Capitanio, oltre all’introduzione di procedure di sblocco, il nuovo Piracy Shield introdurrà importanti nuove modifiche, come l’estensione degli ordini di oscuramento alle VPN e ai fornitori di DNS pubblici e l’obbligo di deindicizzazione dei siti pirata da parte dei motori di ricerca.

La spaccatura in Agcom: critiche della commissaria Giomi al sistema

Ed è proprio sull’estensione del potere arbitrario dei segnalatori a nuovi ambiti che si è verificata la nuova spaccatura in seno ad Agcom, con la commissaria Elisa Giomi che ha votato contro l’approvazione del nuovo regolamento.

Il primo problema sollevato da Giomi, già in passato critica verso lo strumento, è che le modifiche introdotte non risolvono le criticità esistenti in quanto Agcom continuerà ad eseguire questi blocchi “senza un adeguato accertamento”. Rimane poi il problema dei tempi per il ricorso poiché “quando un sito che trasmette contenuti legali viene bloccato per errore, come accaduto in passato, servono oltre 10 giorni di tempo e una delibera di Agcom perché sia ripristinato on line”.

Insomma, l’estensione della piattaforma a nuovi contenuti e nuove segnalazioni rischia di creare ancora più danni collaterali e problemi per gli utenti, visto che non viene modificata in alcun modo il concetto di “prevalenza”, ovvero il fatto che possono essere colpiti tutti quegli indirizzi e siti che i segnalatori indichino come “prevalentemente” destinati alla pirateria (come Google Drive, a quanto pare…).

Prospettive future: necessità di interventi parlamentari e regolamentari

Dal mio punto di vista Giomi solleva dei temi corretti e Agcom non può permettersi di continuare su questa strada. Un intervento sarebbe stato doveroso già a novembre dell’anno scorso, dopo la messa offline di Google Drive, ma ad oggi non si è ancora fatto nulla.

Sul fronte parlamentare la battaglia continua e non escludo che Agcom sia presto chiamata a fare il punto sugli avanzamenti in Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni. In caso contrario sarà doveroso chiedere al Mimit ulteriori chiarimenti tramite interrogazione, sperando nel frattempo che non torni ad essere offline qualche altro importante servizio, magari più essenziale di Google Drive.

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